la prima volta – ammennicolidipensiero – cahiers de doléances

Cahier de doléances. 1789. Imprimé

Cahier de doléances. 1789.

 

Conscio di aver suggerito un tema di grande portata e dopo attenta e profonda riflessione (come spiegato qui), temo di non potermi esimere dal raccontare la mia.
È accaduto all’alba dei quarant’anni. Tre giorni fa. Sì, proprio in occasione della festa patronale di Aurelio Ambrogio (Treviri, incerto 339-340 – Milano, 397) vescovo, scrittore e santo di santa romana chiesa commemorato nella città meneghina nel giorno migliore possibile: quello che, quando casca bene, ti consente di infilare una vacanzina con ponte di cinque giorni proprio alle porte dell’inverno, ma con ancora i colori dell’autunno a far di sottofondo alle nebbie padane (che, per dire, in questi giorni hanno anche il loro fascino).
Ecco, dicevo, è accaduto tre giorni fa, proprio in uno dei templi del nuovo millennio, il marchio svedese più famoso al mondo in questo momento (sigh…), nel reparto divani e divani letto. Non era un’atmosfera così poetica: il via vai delle centinaia di persone (migliaia…) certo non aiutava a creare l’atmosfera giusta (tipo, vi ricordate quella vignetta sui panda, nel periodo in cui erano a rischio di estinzione? “Provateci voi, ad accoppiarvi, con decine di scienziati attorno che dicono «dai che ce la fa, dai che ce la fa!»“). Comunque sia, lì è iniziato tutto, poi si è concluso al piano di sotto, in un luogo decisamente più appartato – e con un’attesa che ha indubbiamente caricato di emozioni il momento.
Vabbè, non tiriamola in lunga (mannaggia, non pensavo fosse così difficile fare outing).
Lunedì ho ottenuto il primo finanziamento della mia vita.
Ecco. L’ho detto.
Ma non io, eh, non pensate male. No, a me non lo davano, neanche se piangevo lacrime fosforescenti in ginocchio sulle viti dello scaffale Ivar messe di traverso: non ho un profilo contrattuale adatto. Abbiamo potuto ottenere un finanziamento (in virtù delle nuove normative che prevedono la sola presentazione dei documenti di identità se la richiesta è inferiore ai cinquemila euro, se non ricordo male) solo attingendo alla libera professione (virtuale) della mia compagna, virtuale perché di fatto non esercita come tale ma è nella medesima mia situazione di contrattualità precaria.
Dato che un finanziamento deve per sua stessa natura estendersi oltre la scadenza del contratto, sempre e in ogni caso, viene da sé che il precario non è soggetto ammissibile. So che il buon senso cozza con le regole del mercato, ma la domanda spontanea è: chi, più dei nuovi cosiddetti “lavoratori flessibil-precari”, avrebbe bisogno di dilazionare le spese di acquisto di prodotti? Se la possibilità di finanziamento viene offerta, e se l’entità del finanziamento è di qualche manciata di euro al mese, è così imprescindibile legare la concessione del medesimo alla presentazione di tutta la genealogia economica familiare fino al quarto grado di parentela?
Detto ciò: è un’esperienza che si doveva fare, mettiamola così. L’abbiamo fatta, e ne siamo usciti per ora con più interrogativi che risposte.
“Loro sanno tutto di te. Tu cosa sai di loro?” recitava un noto slogan di anni fa che interrogava su banche, compagnie assicurative, compagnie di finanziamento e tutta un’altra serie di soggetti che hanno a che fare con denaro e finanza.
Il mantra, per ora, non è cambiato.