La prima volta -redpoz: carne fresca

Avete vinto, va bene! Avete vinto, alla fine ce l’avete fatta: anche io scriverò un post sul tema “la prima volta“.
Ci avevo già provato in realtà, e forse un giorno pubblicherò anche quello. Ma per adesso vi beccate questo.

Come la prima volta che ho provato a scrivere un post sul tema (evvai, già soddisfatto il requisito del tema!), anche stavolta mi trovo di fronte alla domanda “quale prima volta?“.
Sì, perché sebbene la scelta del titolo (istantanea) mi diceva chiaramente di cosa avrei voluto parlare, ora che batto sui tasti mi rendo conto che questa storia -come ogni storia- potrebbe avere in realtà molti inizi differenti.
E anche molti finali, ma questa è un’altra storia: per il momento soffermiamoci sugli inizi.

La fresh meat del titolo non è quella appesa dal macellaio tappezzato di mattonelle bianche di Arusha, che nonostante l’odore nauseabondo doveva essere indubbiamente fresca in quel clima equatoriale per poter essere ancora commestibile, no.
Non è neppure la carne di pesce di un sushi mangiato in mezzo alla savana africana: fresca pure quella, non c’è che dire, altrimenti non sarei qui a parlarne.
No, la fresh meat sono io.

Penso che quella battuta, lanciata al bar dell’ECCC dai classici “uomini vissuti” con più di qualche cicatrice sul fisico e pure sull’anima, quella battuta non la scorderò mai.
E’ stata come un marchio, più di un marchio: è stata l’etichetta che in fondo, in quel momento, non eravamo che dei novellini. Delle verginelle, potremmo dire. Un’etichetta che andava più a fondo della nostra coscienza, diritta alla nostra anima.
Anche se ci sentivamo come i “John Wayne della giustizia internazionale” (mi son sentito un John Wayne della giustizia non appena ho messo piede a Phnom Penh), eravamo verginelle. Avrebbero potuto portarci in un antro oscuro e rivoltarci come volevano. E noi tremanti, piangenti, ma forse sotto sotto pure un poco felici, avremmo lasciato fare.

Ecco, non so se questa “prima volta” sia la prima volta in cui mi son reso conto del “guaio” nel quale mi ero cacciato andando fin laggiù; se sia la prima volta di un viaggio intercontinentale senza nessun adulto a guardarti le spalle; o la prima volta faccia a faccia con i massacri.
In realtà furono tante “prime volte” in una. Le tante storie che si intrecciano in tre mesi vissuti intensamente fra la giungla ora apocalittica della Cambogia rurale e quella cuore di tenebra della Cambogia iper-urbanizzata.

A ripensarci ora, forse è stata la prima volta che ho visto le tenebre. Ma questo sarebbe solo un modo per dare una patina più elegante a tutto quanto.
Certo, oltre a sentirmi John Wayne, appena arrivato alla guest house circondata dai bar colorati e frequentati da turisti e giovani prostitute, chiuso in quella stanza senza finestre, con solo il ventilatore a fare un pò di fresco nell’afa mortifera che precede i monsoni, mormorando “Phnom Penh merda” lì mi son immediatamente sentito come il Capt. Willard.

Forse, più che averle viste, le tenebre le ho solo appena percepite: dalle foto di Toul Sleng; dai ratti nell’atrio di casa; dalle fosse di Choueung Ek; dalle puttane con i loro shorts inguinali; dai drinks che i legal officers (loro sì, veri John Waynes della giustizia internazionale) trangugiavano con ritmi riguardevoli; dai questuanti sfregiati e impestati; dallo sguardo vuoto di Duch in udienza; dal traffico senza leggi di una città cresciuta troppo troppo in fretta; dai randagi zoppi che frugavano fra i cumuli di rifiuti.
Certo, se avessi camminato fra le fosse di Choueung Ek in piena notte come vagare nel campo di Kurtz, lì sicuramente mi sarei sentito raggelare e la tenebra mi avrebbe guardato dentro.
Invece, abbiamo solo incrociato gli sguardi. Lei più da vicino di me, che lo distoglievo sempre.

Quei tre mesi fra le aule di un tribunale, istituzione troppo piccola per eventi troppo grandi da sottoporre a giudizio; fra le testimonianze che avrebbero dovuto lasciare insonne; fra un pò troppi drinks e decisamente troppa afa; fra uffici strapagati ed inefficienti; fra gente che crede troppo in quel che fa e gente che non crede più in nulla… quei tre mesi sono stati lo sguardo su tutta la collezione di merda del mondo: dalla merda dei genocidi più insensati alla merda dei crociati divenuti mercenari.
Una collezione della merda migliore. Era merda d’élite: se Calvino aveva scelto i partigiani peggiori per mostrarci che la Resistenza era cosa buona, l’ONU sceglie forse le persone migliori per mostrarci che è tutto uno schifo.

Se è stata una “priva volta”? Sì, senza dubbio.
All’epoca non ci pensavo affatto: al massimo, pensavo a fare lo sbruffone superiore a tutti i sentimentalismi. Volevo fare John Wayne anche io. Ma oggi, a ripensare al ritroso, penso che se il senso di una “prima volta” è che poi nulla sia più come prima, allora quella è stata decisamente tale: prima ero fresh meat, da allora sono diventato rotten meat. Carne avariata.
Da Phnom Penh, da quel viaggio da verginella della giustizia internazionale, l’occhio si è disilluso. Il cuore un pò meno, ma neanche lui ne è uscito indenne.