Peeping Tom – L’occhio che uccide: riflessioni sul cinema e sul ruolo del regista

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La Anglo-Amalgamated, piccola casa di produzione britannica fondata nel 1945 da Nat Cohen e Stuart Levy, produsse principalmente horror e thriller di serie b, oltre a diverse serie di mediometraggi a sfondo giallo: oggi però la ricordiamo soprattutto per aver permesso a Michel Powell di dirigere Peeping Tom – L’occhio che uccide.

Il film, disturbante come pochi altri nella storia del cinema, racconta di un giovane fotografo/cineasta di nome Mark Lewis che, a causa di non meglio precisati traumi infantili, ha sviluppato una forma di schizofrenia  che lo ha trasformato in un assassino-voyeur.

Peeping Tom è un film che riflette su una molteplicità di temi: primo fra tutti la visione (significativamente, il film inizia con il particolare dell’occhio di Mark Lewis che si apre)  e la percezione della realtà attraverso il filtro cinematografico: Lewis cerca attraverso la sua cinepresa di “cristallizzare” il tempo, di immortalarlo (dopo ogni omicidio, si siede nella sua camera oscura a gustare i film dei suoi orribili delitti, rivivendo all’infinito gli attimi impressi su pellicola). In questo senso il film di Powell diventa una riflessione più ampia sul cinema e sul mezzo cinematografico, ma soprattutto sul ruolo del regista, vero e proprio deus ex-machina, capace letteralmente di “fermare” e manipolare il tempo e soprattutto i sentimenti e le emozioni umane (in primis la paura: Lewis arriva ad installare sulla sua arma del delitto uno specchio, in cui  le sue vittime possono guardarsi mentre muoiono).

Powell riempie il film anche di numerosi sottintesi sessuali: le violenze subite da Lewis da bambino, la cinepresa nascosta sotto l’impermemabile, la lama con cui vengono commessi gli omicidi, che è allo stesso tempo un prolungamento della cinepresa ma anche un estensione fallica del regista e assassino.

Peeping Tom è un film che Powel dirige con sapienza, ed è arricchito da un’interpretazione, quella del protagonista Carl Boehm, che è una delle più disturbanti della storia del cinema. Nonostante tutto ciò, il film non fu all’epoca accolto positivamente dal pubblico (pagò forse il successo di un altro film con protagonista uno schizofrenico disadattato, Psycho, che usciva nelle sale negli stessi giorni de L’occhio che uccide); ma è stato, nel corso degli anni, giustamente rivalutato: si pensi a quanto ha detto al riguardo Martin Scorsese, che considera questa pellicola, insieme a 8 e ½ di Fellini, quella che più di tutte ha saputo descrivere l’essenza del ruolo del regista cinematografico. E se lo dice Martin Scorsese, c’è da fidarsi.