Gigantesca fragilità

Ci faranno un film su Jonah Lomu. Contateci.
Contateci, nel senso che potete cominciare a contare le settimane che ci separano da questo annuncio.
Perché la storia di Lomu ha tutti gli ingredienti perfetti per un film come piace a noi, come piace a Hollywood: tutti ben amalgamati, ma allo stesso tempo ancora ben separati da poter distintamente sentire il gusto di ciascuno di essi.Lomu

Come Lomu, nessuno“, potremmo dire. Perché prima di Lomu, in fondo, il rugby era un’altra cosa. Basta guardare le foto di quei mondiali per rendersene conto: prima di Lomu, osservando i rugbymen si aveva l’impressione che, in fondo, come stazza non fossero troppo diversi da noi. Da uomini allenati, ma comuni.
Lo diceva anche John Kirwan, campione del mondo nel 1987: sono diventato un rugbyman migliore andando in palestra… perché prima no??
Poi è arrivato Jonah Lomu: 195 cm per oltre 110 kg. E veloce come un treno. Un alieno in quel mondo. “Dovevamo essere in tre solo per rallentarlo” ha dichiarato un ex giocatore inglese. Rallentarlo, perché avrebbe segnato comunque. Recordman di mete segnate nella RWC, in due sole edizioni (Habana ne ha impiegate tre per raggiungerlo).
Un’icona.

Così lo ricordano gli All Blacks:

For a man who has been for some years the best known rugby player in the world Jonah Lomu has suffered some harsh assessments of his ability. And certainly it has to be said that Lomu was at his playing best in only two seasons, the World Cup years of 1995 and 1999 when in each he emerged as not only the All Blacks’ star player but the dominating personality of each tournament.
His performances in each explain why Lomu has become such a rugby phenomenon and a folk hero even if some of the attentions paid to him by the trashy gossip type media have inevitably worn thin on rugby purists.
But in human terms the Lomu story has undoubtedly been a fascinating one containing elements which could be packed best into an absorbing larger than life novel.
For one, Lomu came to fame from humble origins, of Tongan parentage raised in Mangere, one of the poorer areas of Auckland, to become arguably the first New Zealand sportsman to become a multimillionaire while remaining based in this country. And for another there was the kidney illness, Nephrotic Syndrome, which affected him when he should have been at the peak of his playing powers and which eventually when he had to undergo dialysis treatment brought his career to a premature halt.
Considering that for most of his playing days Lomu was under a severe health handicap it is really remarkable that he achieved so much. His illness has also made it a little more understandable that very often Lomu struggled to get anywhere near the exalted heights he reached in his two glory seasons of 1995 and 1999. But in each of those Lomu was sensational, with a physical presence no one has ever quite managed before or since.
Statistics don’t do full justice to the impact Lomu made in New Zealand and world rugby. But they do illustrate the contrasts in his career between his two magnificent World Cup years and the rest.
Lomu remained in All Black squads up until 2002…
He made a brave attempt to resume first class rugby with Wellington for the 2003 NPC and made an appearance in a representative friendly with Taranaki but it was soon clear that returning to top rugby, though not definitely ruled out, was unrealistic.
IRPA gave Lomu the rare honour – only two players, Jason Leonard and John Eales, have previously received it – for his contribution to the international game. 

E da Lomu si è progrediti fino ai trequarti di oggi: piccoli carri armati alla Bastareaud, pronti a fare a sportellate. Il gioco è cambiato.
Se Lomu ha avuto tanto impatto anche mediatico e “profano” è perché nessuno come lui (fino ad ora) ha cambiato il gioco del rugby: c’è stato un “rugby prima di Jonah Lomu” ed ora c’è un “rugby dopo Jonah Lomu”.
Pochi atleti, in qualsiasi disciplina, hanno avuto un tale impatto (sentite Munari).

Eppure, quella di Lomu è una storia così affascinante non solo (non tanto) per le sue immense qualità sportive, quanto per le vicessitudini che ha dovuto attraversare. Vicessitudini che, in rapporto alla stazza, non solo l’hanno reso più “umano”, ma soprattutto l’hanno mostrato fragile. Enormemente fragile.

Problemi ai reni, una carriera che pareva finita a soli 24 anni, la dialisi, un trapianto di reni. E il ritorno al grande rugby.
Se qualcuno di voi ha idea di che malattia sia quella che colpisce i reni, che costringe una persona (anche una persona giovane e forte come Lomu!) a letto per ore e ore, giorni e giorni con una macchina attaccata; una malattia che rende letteralmente impotenti… Ecco, se avete una vaga idea di che male sia quello, potete rendervi conto di quanto devastante possa essere, specie per chi a 24 anni ha ancora un’infinità di possibilità, un potenziale enorme tutto da esprimere.

Si crea quasi una dicotomia fra l’imponenza, l’immagine di forza fisica, di potenza di Lomu ed il suo travagliato percorso attraverso una malattia tanto debilitante come quelle ai reni. Un contrasto che riporta Lomu fra noi comuni mortali, proprio lui che -per primo- era (rugbisticamente parlando) diventato qualcosa d’ “altro”.

E forse, aldilà di tutte le mete spettacolari, di tutte le corse palla in mano, aldilà dei placcaggi rotti, aldilà persino del ritorno nel mondo del rugby ancora da vincente, a rendere l’immagine di Jonah Lomu così umana, così vicina a tutti noi. E, proprio in quanto umana, così grandiosa.

Lomu aveva tutto per essere una sorta di “oltre-uomo”. Invece è stato un uomo. E lo è stato pienamente.
Badate, proprio per questo non dico e non dirò mai “solo un uomo”, perché non una sorta di minus, anzi. Affrontare tutte le bassezze cui questa vita ci può condannare, tutte le nostre fragilità e debolezze, non è cosa da sminuirci; non è cosa “da poco”: è segno di grandezza.
In questo, se posso dirlo, per me Jonah Lomu si avvicina a quel papa che -se ben ricordo, per primo- ha portato sulla cattedra di Pietro tutta la sua malattia, fino alla fine. In questo, Lomu si avvicina a quell’Alì che non esita a farsi vedere tremante.
Per questo Lomu era un gigante.

E per questo vorrei ancora vedere, dopo di lui, alcuni dei nostri “miti” (sportivi, musicali, del cinema…) esser tanto grandi da tornare fra noi, da affrontare le difficoltà da cui il magnifico iperuranio della celebrità parrebbe porli a riparo. Ma sarebbe una menzogna.

-Siona Tali “Jonah” Lomu, il “gigante buono” del rugby è morto ieri 18 novembre. 63 caps con gli All Blacks e 185 punti segnati. 15 mete alla Coppa del Mondo.
Aveva 40 anni.