“Ancora un giorno” – non una recensione

Cosa rende un libro un buon libro; un reportage un buon reportage? La partecipazione.
Cosa rende possibile la partecipazione del lettore? Il non potersi tirare indietro.
Cosa fa sì che non ci si possa tirare indietro? L’umanità. Cosa crea l’umanità?
L’uomo, le persone e le loro storie.

Una delle cose di cui è sicuramente ricco “Ancora un giorno” (meglio nell’originale: un altro giorno di vita) di Ryszard Kapuscinski sono le persone e le loro storie.
E se cominciando a leggere “Ancora un giorno” pensavo che l’interesse per la terribile storia dell’Angola contemporanea fosse soprattutto frutto di una fascinazione anche politica, alla fine del libro sono convinto che si tratti soprattutto di una questione di umanità.

Che tutto ciò dipenda ancora dalla politica, cioè dal fatto che Kapuscinski racconta una parte e si identifichi in qualche modo con essa? Che ciò dipenda dalla circostanza che, giusto o sbagliato, almeno in quel frangente nel quale il giornalista polacco scrive, ci saremmo probabilmente trovati d’accordo?
Possibile, ma non credo sia tutto.

Credo, piuttosto, che la grandezza delle storie, dell’umanità raccontata da Kapuscinski dipenda da fatto che sono storie che l’autore condivide fino in fondo con i loro protagonisti: in un dei passaggi più belli -anche se forse meno celebrati- del libro, egli scrive “non sono mai stato in grado di parlare di gente con la quale non ho condiviso almeno una parte di quello che essa sta vivendo“.
Ed è, con ogni probabilità, la più grande lezione di giornalismo che abbia letto da un bel pò di tempo.

Così, oltre ad una esposizione ricca non solo di informazioni ma altresì di riflessioni e di background che solo i protagonisti della storia potrebbero conoscere così puntualmente (si pensi, ad esempio, alla descrizione del fronte non come una linea, ma come un insieme di punti disseminati sul territorio angolano e migliaia di “fronti potenziali”); oltre a tutto questo, Kapuscinski ci presenta le vite, le storie, le scelte, le peculiarità di tantissime persone che hanno fatto la guerra civile in quei giorni del 1975. Hanno fatto, nel senso che hanno reso quella guerra ciò che è stata.
Persone come quelle che Fucik avrebbe definito “figure”, protagonisti della storia (minuscola, maiuscola) con la schiena dritta.images.duckduckgo.com

Personaggi, storie tanto eccezionali da lasciarci increduli nel leggere come una guerra si sia potuta decidere in gesti apparentemente insignificanti, ma coperti da una patina di sacrificio di sé che meriterebbe il nome di eroismo così come da un insieme enorme di tanti piccoli momenti, azzardi, persino casualità che presi tutti assieme meritano il nome di “storia”.
Indimenticabile, fra esse, quella della Carlotta di copertina, della cui bellezza il giornalista polacco dà una rappresentazione semplicemente stupenda.
Insomma, bastano poche pagine a darci la sensazione di permeare tanto a fondo nella vita di Carlotta che quando apprendiamo della sua morte, sentiamo noi stessi qualcosa spezzarsi.
E questo accade con i tanti altri protagonisti di quella orribile guerra: Farrusco, Jo-Jo, Cow Boy, Ruiz, Diogene, Monti, dona Cartagina…
Curioso ed interessante notare come molti di questi protagonisti, specie fra le file del MPLA, siano bianchi, d’origine portoghese. Un tema che meriterebbe d’essere approfondito.

Una storia strana, quella dell’Angola raccontata dal giornalista polacco: una storia rispetto alla quale è persino difficile orientarsi, tanti solo i piccoli pezzi del puzzle che si compongono in modo disordnato, caotico, sconnesso.
Una storia rispetto alla quale è difficile convincersi che si tratti ancora di “grandi eventi” da segnare nei libri, quando scopriamo che dietro le quinte può bastare una sola persona, un solo paso, un solo gesto a sconvolgerne la narrazione.
E da questi gesti, da questi passi, da queste persone, si sente emanare una passione enorme.

Concludeva con un appendice Kapuscinski:

1976-2000: la guerra continua. […]
Torno col pensiero a coloro che ho incontrato laggiù. Che fine avranno fatto? Se Diogene non è più in vita, può darsi che adesso siano in armi i suoi figli. E il forte, tarchiato, coraggioso Farrusco? Ammesso che sia ancora vivo, è troppo vecchio per stare nelle trincee. Ricordo che mi disse di avere appena avuto un figlio: se oggi sul fronte angolano, nell’incontrare un giovane ufficiale, gli chiedessi come si chiama e quello rispondesse Farrusco, gli direi “Anni fa sono passato di qui in jeep con qualcuno che si chiamava allo stesso modo”. “Infatti” risponderebbe il giovane ufficiale “era mio padre”.
E l’alto, taciturno, comandante Ndozi? Ndozi è morto, saltato in aria su una mina. Sono saltati su una mina anche Monti e il forte, allegro Batalha. In queste guerre è sempre più raro che i nemici siscontrino faccia a faccia. Muoino in cammino, quando intorno tutto è vuoto e silenzio. La morte li coglie di nascosto, appostata sotto la sabbia, sotto una pietra, sotto un prugnolo. Una volta la terra era una fonte di vita, una riserva, un bene desiderabile. Adesso, da quelle parti, l’uomo guarda la terra con sospetto, con diffidenza, con paura e con odio.
E di Oscar, che cosa ne è stato? Può darsi che sia sopravvissuto e che ora sia in pensione. Vorrei tanto che avesse una vecchiaia serena e tranquilla. E di Gilberto? Non so: che posso dire? E di Felix? Neanche di lui so cosa dire. Cosi, in modo totale e irreversibile, senza lasciare traccia, la gente se ne va: prima dal mondo, poi dalla nostra memoria.
E dona Cartagina? Non ci posso pensare: e se non ci fosse più? Mi sembra impossibile. Senza dona Cartagina non riesco a immaginare né Luanda, né l’Angola, né tutta questa guerra. Ecco perché sono certo che, se mai andrete a Luanda, una mattina o l’altra incontrerete una vecchietta canuta diretta all’Hotel Tivoli. Va di fretta poiché, come al solito, l’aspetta molto lavoro. Se la fermerete e le chiederete, “Scusi, ma lei è dona Cartagina?”, la donna sosterà un attimo, vi guarderà stupita e risponderà gentilmente: “Sì, sono io”.
E proseguirà il suo cammino
“.