PPP, forever

Quando ero piccolo, ricordo che nelle sere d’estate nel giardino di casa vedevo volare delle lucciole. Non ero neppure troppo piccolo, in realtà. Probabilmente avevo già 12-13 anni.
Le lucciole erano animali che mi affascinavano, mi parevano magici con quella loro capacità unica di produrre luce… parevano, in qualche modo, soprannaturali; diverse rispetto all’ordine delle cose.
Poi, un giorno, un’estate, sono sparite. Non saprei neanche dire quando: cinque, dieci, quindici anni fa? Forse andavo al liceo, forse all’università.
All’inizio, non ho colto quel cambiamento, né quello che probabilmente significava. E chissà se altri in paese si sono mai posti la domanda di cosa sia successo… Uno è troppo impegnato a vivere, specie a quell’età, per rendersi conto che non ci sono più magie ad illuminare la notte.
Ad un certo punto, la magia diventa meno importante della realtà.

Questa cosa mi tornò in mente alcuni anni dopo, proprio leggendo Pasolini.
Ridurre Pasolini agli articoli apparsi sul Corriere della Sera, anche a quelli più belli o più sconcertanti, sarebbe troppo limitativo.
Tuttavia, se qualcosa in particolare mi aveva colpito più di altro di Pasolini sin dalle prime volte che ho avuto il piacere di affrontarne l’opera è proprio quell’aura di magia.
Eppure sarebbe errato parlare di “magia” per questa come per altre opere di Paolini (penso, in particolare, a “Il fiore delle mille e una notte“). Piuttosto, da regista, si potrebbe definirla “capacità di cambiare prospettiva”. Che è, forse, anche una delle ragioni per cui “catalogare” Pasolini è terribilmente difficile e le etichette restano sempre staccate a metà.
Perché Pasolini riusciva a raccontare le storie che affrontava con un occhio sempre differente, tanto da far pensare ad autori differenti (pensiamo, ad esempio, agli articoli sull’aborto, prima ancora che alla celebre poesia su Valle Giulia).

Per questo, ancora oggi, Pasolini è uno di quegli autori “scomodi”, non tanto (o non esclusivamente) per quello che dice; quanto per la capacità di costringere il lettore a confrontarsi sempre con posizioni critiche variegate, posizioni che corrodono i nostri presupposti.
Se uno legge Pasolini e non sente qualcosa stridere, qualcosa dare fastidio come un sasso nella scarpa, vuol dire che ha il cervello di gomma, privo di consistenza e di pensiero proprio.

Vorrei dire di più, vorrei dire che -almeno in Italia- chi non si sia mai, almeno lontanamente, confrontato con il pensiero di Pasolini non dovrebbe avere accesso a cariche pubbliche.
Questa sarebbe una riforma costituzionale che vorrei.
Così, come “consigli per gli acquisti”, suggerisco a tutti coloro che vogliano avvicinarsi o tornare ad affrontare Pasolini, di ascoltarsi il podcast (parte 1, parte 2) di Radio Rai 3 con Emanuele Trevi riguardo l’ultima, incompiuta, opera di Pasolini: “Petrolio“.

Per questo ancora oggi sentiamo tanto la mancanza di PPP, perché Pasolini apparteneva ad una specie rara, molto rara, di persone. Apparteneva a quella categoria che Moravia chiamava “poeti“. Apparteneva a quella specie magica, come le sue lucciole, in grado di osservare, penetrare, vivisezionare la realtà con una capacità d’analisi tagliente e multiforme come pochi altri (chi altro?).
E quanto differenti erano le realtà che PPP ha affrontato, spaziando quasi senza limiti: attualità politica, linguistica, culture straniere (Sana’a, India!)… Ecco, spaziando fra tutti questi temi variegati, Pasolini ha costituito un’antropologia.

Nel frattempo le lucciole sono belle e andate. Certi problemi hanno perso importanza, altri l’hanno acquisita solo ora, alcuni non se ne sono mai andati. Quelli più gravi, quelli irrisolti. Quelli che incidono in profondità.
Ma una parte di me ancora vorrebbe vedere una notte d’estate accompagnata dai bagliori delle lucciole.