il calciomercato de noantri – redpoz: Quel che i soldi non possono comprare

aka: Di aspettative, limiti e realtà.

aka: Post d’agosto. Come il calciomercato.

La stagione estiva, ed il calciomercato in particolare, pongono l’uomo medio (e, forse proprio in quanto “uomo medio”, appassionato di calcio) in una condizione esistenziale alquanto particolare: quella delle aspettative.
O, sarebbe forse meglio dire, quella dei sogni.
L’assenza di altre notizie -specie sportive (che poi, diciamocelo, sono le uniche vere notizie…)- di qualche rilievo, spinge a focalizzarsi in modo pressoché totale sulle vicende di quel mondo di desideri e frustrazioni che è il calciomercato.
Un mondo che, esattamente come le speculazioni sui futures di Borsa, ha poco o nessun contatto con la realtà alla quale dovrebbe, teoricamente, fare riferimento.
Il mondo dell’irrealtà.

Così, si susseguono voci della cui probabilità o improbabilità è praticamente impossibile discernere. Voci che alimentano miti e sogni, speranze e -soprattutto- delusioni.
Arriva Dzeko“, “Trattiamo Goetze“, “Siamo in pole per Ibra“, “Idea Mascherano” , etc. etc. etc.
Certo: io domani devo andare in banca per aprire un mutuo ed acquistare Messi. Non dovrebbe essere un problema.
Dopo arrivano Darmian (che, lasciatemelo dire, è un gran colpo per il ManUtd), Digne, Schneiderlin, Zaza, Miranda, Luiz Adriano… chi hanno preso poi?

Certo che, per usare una metafora, se mi inviti a cena promettendomi aragosta e champagne e poi mi offri patatine fritte e hamburger… beh, forse un pò ci resto deluso.
La cosa diviene pure peggiore se mi alzo da tavola con l’impressione di aver pagato l’hamburger al prezzo dell’aragosta.

Insomma, salvo rarissimi casi, l’epilogo del calciomercato per i tifosi è destinato ad essere poco esaltante. Quando non decisamente una delusione. Anche se magari poi si vince comunque…
Delusioni dettate dal fatto che quasi mai gli acquisti scatenano le fantasie, le emozioni che i tifosi cercano nello sport. E’ anche logico: business is business. Anzi: market is market.
E, ovviamente, lo stato di disappointment è piuttosto sgradevole: fa perdere entusiasmo, disaffeziona.
Ma non è curioso che la sessione di mercato sia, psicologicamente parlando, più eccitante che le partite in sé? Forse -così almeno credo- è un effetto perverso di questo meccanismo di aspettative di mercato… un mondo nel quale sembra non solo che tutto sia possibile, ma che sia persino possibile giocare sempre al rialzo… Il mito della crescita infinita!
O, almeno, così era fino a qualche anno fa, prima delle ristrettezze economiche e del “fair play finanziario”… Un mondo in cui credevamo di poter rilanciare sempre, spendere e spandere senza limiti.
In fondo, vincere era quasi una cosa secondaria… l’importante era, in estate, poter tirar fuori più milioni delle altre squadre per aggiudicarsi il Gullit di turno.

Oggi, invece, stiamo a guardare (un pò incazzati, diciamocelo) gli arabi che non si fanno problemi a prendere giocatori come fossero noccioline.
Era più divertente quando gli sceicchi eravamo noi…

Posso dirlo? Le sessioni di calciomercato più belle che io ricordi erano quelle di Moggi alla Juve… quando giravano mille voci, tutte infondate, eppoi il “buon” Moggi cacciava un colpaccio assolutamente inaspettato, in totale sordina (questo, sia ben chiaro, senza voler giustificare in alcun modo Moggi).
Zero aspettative, puro godimento appena arrivava il colpo.
Soprattutto, zero delusioni.

Delusione senza una ragione, tuttavia. Perché, dovendo riempire le pagine dei giornali, le notizie sono ripetute e gonfiate a dismisura (qualcuno potrebbe, cortesemente, contarmi quante volte i principali quotidiani sportivi nazionali hanno ripetuto voci fondatissime su Ibra al Milan?). Perché, esattamente come le speculazioni di borsa, tante voci sono buttate lì solo per alimentare speculazioni e false speranze (ovvero: sono fatte esattamente per deluderci).
Perché, come anticipavo -e come, in ambito calcistico ha dichiarato un tizio che ne capisce appena più del sottoscritto: Sacchi- un grande calciomercato non dipende dal comprare Ibra o Ronaldo (chiedere al ManUdt dello scorso anno o al Real), quando da completare un puzzle con i pezzi esatti che servono.
Perché il calcio è -ancora- un gioco di squadra, un sistema nel quale si tratta di incastrare tanti pezzi differenti assieme per ottenere il massimo risultato possibile.
Insomma, a volte Padoin conta più di Ronaldo. E per fortuna! E un buon puzzle i soldi non lo possono comprare.
In fondo, queste sono le storie più belle del calcio.
E del calciomercato.