Di elezioni: No way, Bernie!

Terza tappa nel lungo viaggio d’avvicinamento alle presidenziali USA del 2016. Dopo l’estrema destra dei Paul, passiamo ora all’estremo opposto….

Bernie’s on the run

Mentre la senatrice Elizabeth Warren dichiara che non correrà alle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti, arriva invece la candidatura del senatore Bernie Sanders.

Riceverà un endorsement dalla Warren?
Prima di passar al buon vecchio Bernie, lasciatemi spendere una parola sulla Warren: fa bene a non correre, ma è anche un peccato. Fa bene a non correre, perché la vittoria è pressochè impossibile e conviene che continui a lavorare al senato. Fa male, perché è necessario riportare alcuni temi (big business, equità sociale…) al centro del dibattito politico USA.

Esattamente gli stessi argomenti che valgono, a contrario, per Sanders.
Sanders fa bene a correre, perché ha la coerenza, la reputazione, la storia, l’autorità ed il carisma per spostare il dibatitto politico nazionale. Fa male, perché la sua è una corsa pazza, una guerra contro i mulini a vento che -salvo miracoli- non ha sostanzialmente alcuna chance di vincere: non solo perché la candidata in pectore Hillary sarà una schiacciasassi, ma altresì perché pure se vincesse la nomination, difficilmente riuscirebbe a spostare abbastanza a sinistra l’elettorato per vincere le presidenziali.
Come scrive The Atlantic: “al momento, la maggior parte dei democratici vedono la candidatura di Sanders come per 1/3 ammirevole e 2/3 assurda”.

Comunque, Bernie corre. E va benissimo così.Picture_3_400x400

Bernie Sanders, per chi non lo sapesse, è un senatore del Vermont, divenuto celebre per le sue dichiarazioni sulle questioni sociali e per essere il primo (ed unico) senatore USA a dichiararsi apertamente “socialista”.
In forza della sua lunga carriera politica, della sua costante credibilità, Sanders si è sicuramente guadagnato un’importante reputazione fra quella parte dell’elettorato più progressista degli americani. Minoritario, ma consistente. Sanders si è dunque costruito una base potenziale importante, specie in alcuni Stati tradizionalmente democratici.

Sanders è tuttora percepito come estraneo all’establishment di Washington (sia dai colleghi che dai cittadini); si è opposto al Patriot Act e ai tagli alle tasse volute da Bush; ha non di rato votato contro misure molto popolari e sostenute dal proprio partito ed ha promosso proposte legislative fortemente progressiste: contro il riscaldamento gloable; marijuana terapeutica; welfare scandinavo…

Non male, in effetti, visto che in soli quattro giorni dall’annuncio della candidatura, Bernie Sanders è riuscito a raccogliere oltre 3 milioni di dollari di finanziamenti, tutti da piccole donazioni da meno di 50$. Non male.
Ma noccioline in confronto a 2 miliardi (sì: miliardi!) che programma di raccogliere e usare Hillary Clinton (direttamente o attraverso Super-PAC) – per un paragone, nel 2012 Obama ne ha raccolti 1,1.
Sanders, per contro, ha dichiarato che non vuole il supporto dei PAC.
Per la sua campagna, Sanders ha già “arruolato” gli strateghi dei social-media che hanno seguito Obama.

Con ogni probabilità, Sanders non potrà vincere le primarie democratiche. Come ha dichiarato Jon Stewart confrontando Clintone Sanders: “He has a set of consistent principles that he has run on his entire political life. She…  is going to crush him”. Crush.
Ma potrà spaventare non poco Hillary. E, forse, cominciare ad elaborare un’agenda politica.

Per usare un paragone facilmente comprensibile a noi italiani, è come se Bernie Sanders fosse un Civati con una quarantina d’anni e d’esperienza politica in più.
Il che, mi pare, dice sulle prospettive di Sanders in queste primarie più di mille analisi politiche.

Way to go, Bernie!