Don’t think I’ve forgotten

Non pensare me ne sia dimenticato

Il titolo già direbbe tutto quel che c’è da sapere su questo film: non pensare che abbia dimenticato. Una riscoperta.
Una storia alternativa della Cambogia.
Una storia alternativa della globalizzazione, potremmo dire.
La storia dimenticata del rock and roll cambogiano.

Ebbene sì: il rock ‘n’ roll cambogiano.2ff9f7_7113a4ff60014725bede646a8f92b644.jpg_srz_p_779_636_75_22_0.50_1.20_0.00_jpg_srz
Per assurdo che possa sembrare, la Cambogia fra gli anni ’60 e ’70 ha avuto un interessante scena musicale, influenzata dagli stili occidentali e, ovviamente dal rock and roll.
Con l’arrivo delle truppe americane nel sudest asiatico, il turismo francese ed internazionale ancora fiorente (i Rolling Stones a Siem Reap…), in Cambogia arrivò anche la musica rock. Ed i giovani cambogiani presero e rielaborarono quella musica secondo i loro stili khmer. Creando un mix unico.
Tutto questo, ovviamente, prima che i Khmer Rossi prendessero il potere… Da allora il rock and roll cambogiano è scomparso ed è diventata una pagina presto dimenticata della storia del ‘900.
Il regime di Pol Pot, infatti, ha eliminato ogni copia di quel passato “imperialista” e ucciso molti degli artisti dell’epoca.

Ma, non pensare che me ne sia dimenticato: il regista John Pirozzi ha impiegato oltre un decennio a raccogliere materiali d’archivio di quegli anni per questo documentario (nel 2009, mentre ero a Phnom Penh con l’ECCC, ricordo che vi si stava già lavorando), mettendo infine assieme questo film.
Pirozzi ha cominciato la sua ricerca quasi per caso, dopo aver ascoltato una compilation di musica cambogiana nel 2001 mentre lavorava a “City of ghosts” (girato in Cambogia): rimastone affascinato, si è messo a ricercare tutto il materiale che poteva trovare.
Ed ecco, dopo un decennio di lavoro, “Don’t think I’ve forgotten“.

Una storia alternativa della globalizzazione, dicevo: chiunque guardi le immagini di quelle band, chiunque veda lo stile, l’abbigliamento, le movenze di quei giovani non potrà che restare sorpreso nel vedere quanto fossero moderni per l’epoca.
Inoltre, è anche interessante notare come quelle foto ricordino incredibilmente quelle dell’Iran occidentalizzato prima della Rivoluzione del 1979.

Così, “Don’t think I’ve forgotten” raccoglie la musica e le storie di una ventina di artisti cambogiani (qui trovate una panoramica di un paio), un modo per riannodare una storia da troppo tempo slacciata da quei quattro anni di “buco nero” che furono la Kampuchea Democratica.

Come dice Youk Chhang, del Documentation Center of Cambodia (l’istituto che raccoglie e preserva le tracce del genocidio) e produttore esecutivo del film, “Don’t think I’ve forgotten” è “Un modo completamente diverso per raccontare la storia rispetto alla prigione, agli omicidi, ai tribunali. Ripristina una parte di noi che è andata perduta, l’identità di chi siamo“. Un modo per comprendere la cultura che ha preceduto ed è sopravvissuta al genocidio.

We haven’t forgotten.