Come un pugno

Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto..

Sono veramente bloccato, mentre cerco di scrivere queste parole.
E lo so che, in buona parte, potrebbe essere solo retorica. Ma il senso psicologico e fisico di oppressione e di malessere è reale.
Non mi sentivo così dalla scomparsa del generale Giap.
Il senso di sapere che da oggi in questo mondo siamo tutti un pò più soli, più poveri, più ignoranti, più brutti. E più tristi.

Potevo soprassedere alla morte di Guenter Grass.
Potevo… ‘che ognuno c’ha i suoi fondamenti, i suoi riferimenti, i suoi pilastri.
Ma alla notizia della morte di Eduardo Galeano, veramente, faccio fatica a gestirla, ad interiorizzarla. A superarla, in un certo senso.

Lo so che è ingiusto, che nello stesso istante in cui lamento la scomparsa di Eduardo Galeano, tantissimi altri stanno piangendo altre vite che si spengono. E che le classifiche del dolore sono false.
Lo so che moltissimi non condivideranno questo mio stato d’animo. Che è mio.
Ma questa notizia m’è arrivata come un pugno.
Come un’ingiustizia, come se pensassi che -cazzo!!- dopo Grass non è possibile che muoia un altro scrittore, non nello stesso giorno! Perdio! Come l’illusione che si infrange. Come il terreno da sotto i piedi che viene meno. Come un evento imprevedibile ed inspigabile e, in quanto tale, inaccettabile. Come qualcosa che mi scuote dentro. Come una voglia, un bisogno d’urlare che rimane bloccato.

Pochi scrittori come Galeano hanno, per me, segnato un momento della vita. Tanti momenti.
Momenti di passione, di coinvolgimento, di fascinazione, di condivisione: come pochi altri scrittori, Galeano era per me un Maestro. E, come maestro, Galeano mi aveva aperto le vene su quell’America Latina che sarebbe poi diventata una sorta di shangri-la. Come maestro, Galeano aveva posto i primi mattoni della mia coscienza, sociale e politica. Come maestro, Galeano aveva tracciato le prime impronte della mia sensibilità letteraria.
Anzi, con ogni probabilità era l’unico vivente che ancora avrei osato chiamare così.
Era l’unica, immensa, figura ancora lì ad indicarci la strada. Era un riferimento, una sicurezza.
Era vivo. Era un maestro vivo.eduardo-galeano
Era lì: ci avrebbe ascoltati, ci avrebbe dato una parola. Una parola forte come una luce.

E, come ogni maestro, con Galeano si sentiva di avere un rapporto quasi affettivo. Nonostante le centinaia di migliaia di kilometri. Nonostante le sue parole sapessero essere anche dure. O forse proprio per questo.
Un rapporto nato quasi per scherzo, per sottovalutazione, e sviluppatosi attraverso libri semplici e fantastici come “Le labbra del tempo“, “Il libro degli abbracci“, “Parole in cammino“.
Ecco perché questa perdita fa così male, perché la sento come una perdita che mi priva di qualcosa che sentivo visceralmente.
Per me, era semplicemente il più grande. Il più grande. Vivente.

Al pari di un Camus, di un Sartre, di un Pasolini, di uno Sciacia, Galeano rappresentava la saggezza e la sensibilità dei grandissimi uomini, prima ancora che scrittori. Come un Berlinguer, come un Pertini.
E sapere che era ancora lì, ci rendeva tutti un pò più forti. Ci ricordava che c’era ancora lui, con la sua acuta severità, ci dava una fermezza morale ancora più forte. Sapere che era ancora lì, ci spingeva ad essere ancora più umani.
Scriveva Cortazar di “Giorni e notti di amore e guerra“: “Il tuo libro è un gran libro. E’ altro rispetto a un libro, più simile a un pugno in faccia, a un grido, e allo stesso tempo, possiede qualle tenerezza così tipicamente tua che tu, come tutti noi grandi macho latinoamericani vorremmo nascondere senza riuscirci…[…] ho abitato il tuo libro e ti ringrazio di averlo scritto“.

Ecco, oggi siamo tristi. Ma, soprattutto, siamo più soli, più deboli, più ignoranti, più poveri.

Adiós maestro Eduardo Galeano!

Ricordare: Dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore.