Alcune domande sulla responsabilità civile dei magistrati (Pillole di giustizia)

(Circa un mese fa, in occasione dell’approvazione dell’approvazione della legge che modificava la situazione riguardo al tema  responsabilità civile dei magistrati, rilevando una mia profonda ignoranza sull’argomento – come su molti altri -, ho chiesto al miglior laureato in Giurisprudenza che conosca, e cioè redpoz, di darmi alcune spiegazioni su questo argomento. In seguito, per mia colpa, le ottime risposte fornitemi dall’interessato sono rimaste dimenticate nell’hard disk del mio computer, per via di alcune settimane particolarmente impegnative. Scusandomi di nuovo con l’interessato, pubblico oggi le sue risposte, sperando che esse incontrino ancora l’interesse dei lettori. Resta inteso che ogni valore di questo scritto è da attribuire a redpoz, ed ogni difetto al sottoscritto. Buona lettura).

Cosa significa, in giurisprudenza, “responsabilità”?

Di base, semplicemente, responsabilità significa farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni. Il nostro ordinamento giuridico, in particolare, distingue sostanzialmente due tipi di responsabilità: quella civile e quella penale.

Quali sono le differenze?

La responsabilità penale deriva dalla violazione di leggi, appunto, penali, le quali prevedono una sanzione (forte) dello Stato a tutela di alcuni diritti essenziali.

La responsabilità civile riguarda, invece, le conseguenze economiche di un’azione, la compensazione dei danni che da essa sono derivati. Essa può essere contrattuale (quando deriva da un accordo, che mi impegno a rispettare) o extracontrattuale (anche detta “da fatto illecito”). In quest’ultimo caso, essa non ha origine da un previo accordo fra le parti, ma da azioni non codificate che ledono diritti altrui: se entro nel campo del mio vicino e gli taglio tutti gli alberi (al di là di alcuni eventuali reati), sarò responsabile del danno che gli ho causato.

Cosa si intende allora per responsabilità civile dei magistrati?

Che, come tutti i cittadini, anche i magistrati sono responsabili delle loro azioni: penalmente, se commettono un reato (ad es., corruzione in atti giudiziari); civilmente, se dalle loro azioni risulta un danno. Detto questo, come criterio generale, bisogna aggiungere che, in virtù della funzione specifica che i magistrati svolgono, essi sono sì responsabili, ma secondo alcune condizioni. Quando si parla di “responsabilità civile dei magistrati”, dunque si parla della loro responsabilità nell’esercizio delle loro funzioni.

Quali sono queste condizioni?

Secondo quanto previsto dalla legge che regolava questo argomento, la 117/88 (cosiddetta “legge Vassalli”), il cittadino che lamentava di aver subito danno ingiusto avrebbe dovuto rivolgersi allo Stato, il quale poi avrebbe potuto rifarsi sul singolo magistrato, fino ad un terzo dello stipendio. La legge prevedeva anche, tuttavia, che per iniziare l’azione penale fosse necessario un “filtro di ammissibilità” da parte della Corte di Appello, e che il comportamento del magistrato dovesse essere stato commesso con dolo o colpa grave, e che non derivasse dall’interpretazione della norma o dalla valutazione dei fatti e delle prove.

Perché si è sentito il bisogno di modificare questa norma?

Per via di una sentenza della Corte di Giustizia Europea, la cosiddetta sentenza Traghetti del Mediterraneo, la quale ha stabilito che è contraria al diritto comunitario l’esistenza di una legge che limiti la responsabilità ai casi di dolo o colpa grave.

Cosa prevede la riforma approvata dal governo Renzi a questo proposito?

Stando a quanto riportato dal testo consultabile qui, la riforma prevede i seguenti cambiamenti:

  • le azioni di risarcimento per errore dei magistrati diventano presentabili come qualsiasi richiesta di risarcimento civile: non è più necessario acquisire il “filtro di ammissibilità” e, nel caso di reato del magistrato, il risarcimento può essere chiesto direttamente a quest’ultimo, e non allo Stato (come invece si continua a dover fare negli altri casi);
  • il risarcimento del danno non patrimoniale viene esteso anche ai casi che non riguardano la privazione della libertà personale;
  • il magistrato, qualora abbia commesso un fatto con dolo o colpa grave, risponde anche dell’errata interpretazione della legge, della valutazione del fatto, o della manifesta violazione di legge o del diritto dell’Unione Europea (ma, se non c’è dolo o colpa grave, l’interpretazione e la valutazione rimangono non perseguibili);
  • sono ora inclusi nella “colpa grave”: travisamento del fatto o delle prove; affermazione di un fatto inesistente o negazione di un fatto esistente; violazione manifesta della legge nonché del diritto dell’UE ed emissione di una misura cautelare fuori dai casi previsti o senza motivazione;
  • vengono fissati alcuni presupposti per la “violazione manifesta della legge”: il grado di chiarezza e precisione delle norme violate; inescusabilità e gravità dell’inosservanza (è qui forse opportuno notare che questo elemento di inescusabilità era in precedenza menzionato al comma 3) e, per il diritto UE, l’eventuale obbligo di rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea e l’esistenza di un contrasto interpretativo;
  • l’azione di risarcimento può ora essere presentata entro tre anni dal fatto (precedentemente erano due) e lo Stato può rivalersi sul magistrato fino a due anni dopo (prima era uno); inoltre, la soglia di rivalsa dello Stato viene elevata a metà dello stipendio, e questa soglia non si applica nel caso la responsabilità derivi da dolo.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell’una e dell’altra impostazione?

La norma esistente ante-riforma era probabilmente troppo restrittiva: i dati del Parlamento parlano di soli 7 processi conclusi con un risarcimento su 4.000 domande. Questo, tuttavia, garantiva piena serenità alla magistratura nell’operare le proprie valutazioni.

Quella attuale potrebbe essere troppo permissiva e, quindi, mettere sui magistrati pressioni che non dovrebbero esservi; inoltre, c’è anche il rischio di aumentare il numero dei processi pendenti. In compenso, in tal modo offre maggiori garanzie ai cittadini per ottenere risarcimento per errori subiti.

Difficile da dire ora, prima dell’applicazione pratica.

Perché i magistrati hanno protestato tanto veementemente contro questa riforma?

Sinceramente, non lo so.

Confesso di essermi interessato nel dettaglio alla riforma solo rispondendo a queste domande e, per provare a comprendere le ragioni dei magistrati, sono andato a vedere il sito dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati): http://www.associazionemagistrati.it/allegati/carbone–la–stampa–26022015.pdf

http://www.associazionemagistrati.it/doc/1885/sabelli-con-questa-legge-si-d-alla-parte-pi-forte-unarma-di-ricatto-contro-il-giudice.htm

L’argomento principale che vi trovo è l’opposizione all’abolizione del filtro preliminare. E’ un argomento legittimo, ma –mi pare- un po’ debole: anche senza il filtro, l’azione è rivolta contro lo Stato, che –a rigor di logica- ha comunque tutto l’interesse a vincere la causa.

Altro argomento che sento è quello che potremmo definire come “l’ordine delle priorità”, ovvero il fatto che la riforma della giustizia parta dalla responsabilità civile dei magistrati anziché, piuttosto, dalla corruzione o mafia. L’argomento mi pare, personalmente, inconsistente: sebbene abbia senso, omette di ricordare che c’è una sentenza europea da rispettare (Sabelli, presidente ANM, in un altro articolo dichiara, quasi paradossalmente, che “il significato della legge è persino peggiore degli effetti che avrà”).

Canepa (segretaria di Magistratura Democratica) dice che con la riforma si ostacolano i giudici dall’intraprendere interepretazioni innovative (che, spesso si sviluppano a tutela di diritti sino ad allora inesistenti, NdA): l’argomento è probabile, ma resta il fatto che anche queste interpretazioni devono essere ben fondate sul diritto esistente. Ove lo siano, i magistrati non devono temere “ricatti”.

Secondo Canepa la “richiesta europea è stata strumentalizzata”, perché riguardava la responsabilità dello Stato e, inoltre, il “travisamento dei fatti” va a toccare l’essenza stessa della giurisdizione (aprendo quindi ad un “processo sul processo”, NdA).

Su questa linea, si aggiunge infine, in modo un po’ apodittico, che in tal modo si “dà alla parte più forte un arma di ricatto contro il giudice”. Infatti, secondo un articolo de Il Fatto Quotidiano, l’effetto sarà oltre a quello di un aumento dei processi [ma l’articolo erra nel non scrivere che essi sono contro lo Stato, non contro il singolo magistrato, NdA], nel rischio che le parti possano cercare di “scegliersi” il giudice, ricusandolo. La ricusazione, il “cortocircuito”, scatterebbe qualora il magistrato intervenisse per difendersi nella causa civile di risarcimento. La ricostruzione mi pare contorta, in quanto difficilmente il processo che da potenzialmente origine alla responsabilità del magistrato potrà esser contemporaneo a quello per il risarcimento. Infatti, sempre Canepa nell’intervista citata, precisa che la legge non dice nulla riguardo l’esperibilità dell’azione di risarcimento durante le indagini o appena terminate queste (quindi durante il processo penale), lasciando alla prassi l’onere di regolare il caso. Muchadoaboutnothing.

Interessante comunque notare come un documento della Camera citato da Il Fatto evidenzierebbe la presenza di un filtro anche in altri ordinamenti europei.

Disclaimer: ovviamente, le opinioni espresse non costituiscono parere legale e non riflettono idee od opinioni del blog [redpoz].