Di elezioni: quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia

It’s a kind of funny story, viene da pensare leggendo i risultati delle elezioni presidenziali in Nigeria.

Un ex dittatore militare vince le elezioni contro il presidente uscente ed il suo partito, che governa ininterrotamente dal 1999 (al ritorno della democrazia dopo l’ennesimo colpo di Stato).

Ora, chi scriveimages.duckduckgo.com ha sempre provato una certa idiosincrasia verso la partecipazione dei militari nella vita politica, specie in paesi in via di sviluppo (che grazioso eufemismo…. dovremmo davvero scrivere un post per calarlo nella realtà della Nigeria del boom economico!), dove le istituzioni democratiche sono tutt’altro che solide.
Non è certo un caso che in Nigeria dall’indipendenza ad oggi si siano alternati governi democratici e militari con una frequenza considerevole. I militari, infatti, sono stati al potere dal 1966 al 1979 e, successivamente, dal 1983 al 1998, così nella sua -seppur breve- storia indipendente, la Nigeria conta la bellezza di ben quattro “repubbliche”.
Né, direi, è un caso che nel momento in cui l’accusa principale al presidente uscente è quella di non aver saputo contrastare l’avanzata del movimento Boko Haram, le elezioni siano state vinte da un ex militare: Muhamadu Buhari.
Buhari aveva già perso le elezioni contro il candidato nel 2011, nel 2007 e 2003…

Certo, si può ben dire che dopo 16 anni di vittorie ininterrotte da parte di un singolo partito politico (il Partito Democratico Popolare-PDP), forse è soprattutto questa una “dittatura”, mascherata dalle urne, piuttosto che non il ritorno di un ex militare.
E certo la politica portata avanti dal PDP e dal presidente uscente Goodluck Jonathan in questi anni non è stata un modello di democraticità, con la corruzione dilagante e quello che da noi si chiamerebbe “voto di scambio” col PDP che nelle ultime settimane distribuiva soldi a valanga fra gli elettori.
Incidentalmente, è interessante notare che per un politologo, si ha democrazia solo quando il governo uscente perde due volte di seguito le elezioni e cedere il potere (senza che vi siano episodi di violenza). In questo senso, la Nigeria avrebbe fatto un primo passo (il Sudafrica, per contro, nessuno…).

Ma anche leggendo e riportando tutto questo, la mia idiosincrasia rimane.
Immagino non si possa avere tutto dalla vita e pretendere che un terzo candidato non legato ai militari o ad un partito che si tiene al potere tramite il malaffare potesse vincere le elezioni, forse era un pò troppo. Ma, in fondo, io ho sempre avuto questo vizio. Anche in Italia.

2011_Nigerian_presidential_election

2011

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2015

Forse il dato più interessante, per quanto resti convinto che i risultati elettorali in questi paesi vadano sempre letti con grande cautela, è un confronto fra 2011 e 2015 nella ripartizione del voto: nel 2011 si vede soprattutto una frattura nord/sud, fra gli Stati a maggioranza mussulmana e quelli a maggioranza cristiana, mentre nel 2015 Buhari pare riuscire a rompere questra frattura.
Probabilmente, questo è il segnale più evidente di un’esigenza di cambiamento veramente diffusa.

Comunque, non mi aspetterei dal presidente eletto una stretta coerenza con il programma elettorale proposto.

Qui l’analisi di Limes, che aggiunge alcune riflessioni sul calo del prezzo del petrolio (di cui la Nigeria è grande esportatrice) e sulla religione dei due candidati.

Bhè, come scrive un amico: Goodbye and Goodluck Jonathan