Oltre la falsificazione

Ci ho messo dieci giorni, a completare, con l’articolo che state leggendo, il dittico che, dicevo qui, avrei potuto intitolare Caviamoci il dente o, in altri termini: “Di questo argomento non avrei proprio voluto parlare, ma…”.

In quel caso, parlavo di Sanremo (perché obbligato, visto che in quei giorni ne scriveva chiunque); oggi, invece, voglio parlare di foibe. Che, forse, è anche il caso di tirare un po’ le somme su le molte baggianate che sono state dette, scritte, mostrate, come ogni anno, in occasione del 10 febbraio, la giornata che una legge dello Stato impone essere dedicata al ricordo di quanto accaduto sul confine orientale italiano negli anni Quaranta del secolo scorso. Baggianate che sono praticamente le stesse fin da quando questa giornata (su insistenza di molte associazioni di esuli e di molti politici a vario titolo gravitanti in formazioni politiche di destra) è stata istituita.

La prima è il parallelo Shoah-foibe. Un parallelo che non ha ragion d’essere, tanto che uno storico triestino (Galliano Fogar) ha avuto modo di definirlo “aberrante”.

Innanzitutto, infatti, i due fenomeni sono incommensurabili per quanto riguarda i numeri: l’Olocausto infatti è stato la causa della morte di milioni di persone, laddove sul confine orientale vennero uccisi (stando alle stime più pessimistiche) al più alcune migliaia di persone. La Shoah, inoltre, fu uno sterminio pianificato e condotto con logica industriale, in strutture appositamente predisposte, e mirante ad eliminare completamente un’etnia (anzi, più di una) dalla faccia della Terra; e, in aggiunta a ciò, c’è anche da dire che gli ebrei finirono nei campi di concentramento senza averne alcuna colpa, per il semplice fatto di essere, appunto, ebrei.

Non lo stesso si può dire per quanto accadde in Istria nel 1943, ed in Venezia Giulia più tardi, dove non ci fu alcuna “caccia all’italiano”, quanto piuttosto una serie di vendette, politiche ed a volte anche private, contro esponenti del fascismo o personaggi comunque compromessi con il regime che si andava sgretolando; a volte, è vero, la giustizia sommaria (deplorevole, come in tutti i casi in cui esplode) riguardò anche degli innocenti, ma perché criminali comuni approfittavano del disordine per “appianare” antichi rancori.

Con ciò, ovviamente, non voglio dire che di quei morti non me ne frega nulla, o che, addirittura, si fece bene ad ucciderli come furono uccisi. Tuttavia, se da un lato non giustifico, dall’altro non ci tengo a riappropriarmi acriticamente di quei morti: perché, come detto, molti di loro (la maggioranza, probabilmente) si erano resi complici di crimini che non avrebbero fatto sfigurare per ferocia quelli nazisti (e che iniziarono, anzi, da prima dell’avvento del fascismo: il che rende conto del diffuso sentimento anti-italiano tra le file dei partigiani jugoslavi), basti pensare al Proclama Roatta (con molti altri documenti, consultabile qui), o al fatto che Lubiana (attualmente capitale della Slovenia), inglobata con la forza nel territorio italiano, venne trasformata in un enorme campo di concentramento a cielo aperto. Perché c’è anche questo, che distingue la Shoah dal “fenomeno foibe”: e cioè, che l’Italia, o almeno la sua classe politica, non era innocente quanto gli ebrei finiti nei campi di concentramento.

Sul confine orientale venne infatti perseguita, tra gli anni dell’annessione dell’Istria e quelli che seguirono alla Seconda Guerra Mondiale, la strada “dell’assimilazione forzata e brutale” (Angelo Del Boca): venne impedito di parlare la propria lingua a sloveni e croati, le loro scuole vennero chiuse, le loro attività culturali fortemente limitate, ed a volte si giunse alla violenza ed all’omicidio. La situazione peggiorò con l’avvento del fascismo, e precipitò con lo scoppio della guerra, quando furono semmai gli italiani a tentare una vera e propria “pulizia etnica” della regione.

Tutte cose che non sentirete dire, nei pressi del 10 febbraio. Il che, in fin dei conti, è comprensibile, anche se inqualificabile: quella giornata è dedicata “al ricordo”, non “alla memoria” (come quella del 27 gennaio) e, per sua natura, il ricordo è parziale, limitato. Tuttavia, è importante sapere che sul confine orientale ci furono anche scene come questa:

Foibein cui cinque civili sloveni (Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič, Edvard Škerbec) stanno per essere uccisi da un plotone di soldati dell’Esercito Italiano.

Due sere fa, avevo appena aperto quest’immagine sullo schermo del mio computer: ero intenzionato a scrivere un racconto, una “cosa narrativa” su questo omicidio, e tenevo la foto davanti come ispirazione e come monito, come a dire che non dovevo perdere di vista cosa volevo dire. All’improvviso, l’ho vista cambiare.

Sulle prime, ho pensato di essermi sbagliato. Tuttavia, per sicurezza, ho chiuso la finestra, atteso un poco, poi lanciato di nuovo la foto. No, non ero io.

L’immagine cambiava, non c’erano dubbi. Tenendola aperta alcuni secondi, e senza che io facessi alcunché, ad essa si sovrapponeva una scritta, rossa, che permaneva alcuni attimi. Ho tentato di decifrarla, ma non ho fatto a tempo.

Mi sono fermato. Mi sono messo su Google ed ho cercato un programma per registrare quanto accadeva sullo schermo del mio computer (che sapevo che, se avessi raccontato questa storia a queste coordinate senza addurre uno straccio di prova, sarei stato preso per pazzo o, peggio, per pallonaro). L’ho scaricato, installato, avviato; poi, ho nuovamente aperto quella foto. Questo è quanto ho registrato.

E questo è uno screenshot dell’immagine in questione:

Screenshot foibeDi nuovo, sono ricorso a Google. Quel testo rimanda ad un articolo di Wu Ming (che vi consiglio caldamente di leggere), che racconta di come questa ed altre immagini siano utilizzate (su siti Internet, copertine di libri, articoli di giornali) a corredo di articoli che parlano della “tragedia delle foibe”, dei “crimini jugoslavi”, della “barbarie contro persone colpevoli solo di essere italiane”. Cioè, non so se vi è chiaro: immagini che immortalano dei nostri crimini, spacciate per immagini che ci ritraggono come vittime. La parola falsificazione non è abbastanza per descrivere questo fenomeno, che pare quest’anno sia stato diffuso.

A me (oltre all’amarezza) resta il dubbio. Chi sarà stato a manomettere quell’immagine, che non ricordo neppure da dove ho scaricato? Come avrà fatto? Razionalmente, so che sotto dev’esserci un trucco: un trucco che coinvolgerà complicate manipolazioni informatiche ben al di là delle mie competenze. Oppure…

Oppure, non è che i due Franc, Janez, Feliks ed Edvard possano, da dove si trovano adesso… ma no, cosa vado a pensare. Siamo seri, certe cose non possono esistere. Senza dubbio sono stati dei pirati informatici, sì. Anonymous, o chi per loro.

Eppure, penso ad una voce con accento slavo che dice “Adesso vi faccio vedere io!”, e non so impedirmi di sorridere.