Sempre la stessa storia

Ai due articoli, belli e dolorosi, di ammennicolidipensiero (qui) e redpoz (qui) sulle quotidiane umiliazioni e svalutazioni cui devono sottostare coloro che, pervicacemente, ancora sognano di intraprendere una carriera, rispettivamente, di ricercatore o avvocato, va oggi ad aggiungersi il post, pubblicato su DIS.AMB.IGUANDO, a proposito delle regole demenziali (al confine col Comma 22) che in Italia vengono poste a chi vuole diventare giornalista.

Non credo ci sia molto da aggiungere, a quanto scritto da Viola; anzi, questa è proprio una di quelle situazioni in cui perfettamente si applica la famosa massima di Karl Kraus (che, forse, vivesse oggi in Italia, il giornalista non potrebbe farlo):

chi ha qualcosa da dire, che si faccia avanti e taccia.

Prescindendo dalla triste storia in se, tuttavia, i prezzi esorbitanti richiesti per andare a ricoprire quello che qualcuno ha definito (credo a ragione) il ruolo più importante all’interno di una democrazia, possono essere il punto di partenza per una riflessione a proposito del giornalismo.

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: nel giornalismo, la neutralità non esiste. Non esiste nello scrivere un editoriale (che per definizione esprime un punto di vista), ovviamente, ma non esiste nemmeno nel dare una notizia: perché le parole scelte, l’ordine in cui gli eventi vengono riferiti, la cornice narrativa che li inquadra, e molti altri particolari, denunciano con forza l’universo “morale” del giornalista che scrive l’articolo ed informano quello del fruitore che lo legge, anche qualora i soggetti coinvolti non ne siano coscienti. Tra parentesi, per questo motivo quasi quasi preferisco la cialtroneria del “Giornale” alla presunta asetticità di “Repubblica” o del “Corriere”: almeno, col fogliaccio di casa Berlusconi, sai quello che compri e non ti vengono veicolati messaggi, di cui faresti volentieri a meno, a tradimento.

A questo proposito, giova ricordare l’opinione autorevole di Gaetano Salvemini (tra l’altro, riportato in exergo alla sua pagina Wikipedia):

Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.

Il bisogno, per una democrazia sana, di garantire la sopravvivenza di quanti più giornali possibili, deriva proprio da questa “impossibilità ad essere imparziali”: se ognuno racconta la storia a modo suo, dal confronto tra le varie versioni, dalla loro integrazione, può, forse, derivare un quadro d’insieme che, se anche ancora incapace di raggiungere la verità, quanto meno le si avvicina. E “giungere vicini alla verità” dovrebbe essere il presupposto fondamentale per esercitare in modo responsabile quella sovranità che la Costituzione assegna a tutti noi.

Questo, probabilmente, non è stato compreso da tutti quelli che si sono battuti per l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali, condannando così alla morte molti quotidiani che non hanno alle spalle un grande gruppo editoriale, o che non abbiano in scuderia penne di grido, capaci di attirare gli sponsor (che dalla non neutralità di un giornale, tra parentesi, hanno tutto da guadagnare). Aggiungerei che forse è andata così perché chi si è battuto tanto strenuamente (su Facebook) per l’abolizione del finanziamento pubblico (di cui forse andavano riviste le modalità di assegnamento, siamo d’accordo), i giornali non li legge: ma ho avuto modo di verificare questa mia asserzione solo con indagini informali condotte tra i miei conoscenti, e potrei sbagliarmi (e poi sembra una frase uscita da un editoriale di Severgnini).

Ad ogni modo: sì, Viola ha ragione. Stanti quei prezzi e quelle condizioni, è impossibile (non difficile, non problematico, non “rimbocati le maniche”, frase odiosa utilizzata per giustificare qualunque scempio dei diritti), per chi non sia già ricco di famiglia, frequentare con profitto quei corsi e quei master che dischiudono le porte del magico mondo delle redazioni. Il che, significa solo una cosa: che presto ci ritroveremo (ed in parte, già ci ritroviamo) con redazioni composte soltanto di persone appartenenti ad un’unica classe sociale, la borghesia medio-alta che, poi, è anche quella che rappresenta la spina dorsale della classe politica attuale (e futura, vedi Renzi).

Ecco perché, oggi come oggi, si ha l’impressione (che, per quanto detto su, dovrebbe essere quanto di più “strano” ci si possa aspettare) che tutti i giornali di maggiore diffusione raccontino la stessa storia nello stesso modo: perché è così. L’universo “morale” ed “economico” da cui provengono gli autori (e, cosa più importante, i redattori) che scrivono per “La Stampa”, “La Repubblica”, “Il Sole 24 Ore”, “Il Giornale” e “Il Fatto Quotidiano” è lo stesso, ed è quindi ovvio che tutti vedano le stesse implicazioni dietro la condanna di un parlamentare, il congresso del PD o il presunto omicidio di un infante da parte di sua madre. I giornalisti che paiono peccare di piaggeria nei confronti di questo o quel politico non stanno cercando di rinsaldare un “rapporto malato” tra potere e informazione: non possono fare altro, perché quel rapporto esiste già. Si è formato alla Bocconi, o alla facoltà di Scienze Politiche, o in vacanza in Costa Azzurra. Dove, per altro, si è potuti andare perché, a lavorare in redazione, sono rimasti quei quattro fessi con contratto a progetto, che al più si potranno fare (dopo il non rinnovo del contratto) tre giorni a Ladispoli, e che, visto che da quegli stessi giornali (o telegiornali, o siti web di giornali, è la stessa cos) vengono “informati” (in tutti i sensi), magari iniziano a trovare pure la cosa normale. D’altronde, ho sempre trovato rivelatore, a proposito di questo stato di cose, che la soluzione per i mali dell’Italia di Grillo fosse uguale a quella di Monti: mettiamo tutto in mano a degli esperti.

Esiste una soluzione a questo? Purtroppo, credo nessuna, a parte rendere più popolari le scuole di giornalismo. Certo, poi c’è anche la possibilità di informarsi su canali alternativi (fintanto che riescano a mantenersi), che non ristrutturano il mondo secondo i dettami della propria classe sociale: ma il passo tra un sito di controinformazione ed uno di antiinformazione, di quelli che sostengono che il presidente del consiglio Renzi è stato sostiuito da un clone alieno (come se Renzi non lo fosse già, un alieno), è breve, troppo breve.

L’unica è continuare a leggere I discutibili.

(Nel caso ve lo steste chiedendo, sì: la redazione mi obbliga a scrivere queste frasi in chiusa di articolo, per ringraziarli di avermi fatto il grande onore di scrivere -gratis- per loro. Tutto il mondo è paese).

Libertà di stampa

Chissà come mai… (Clic per approfondire la desolante situazione)