Decades #3 – The Eighties

(torno dopo una lunga pausa, qui e qui le prime due puntate, senza dover scavare negli archivi)

Indubbiamente il decennio più controverso. Il mainstream più merdoso mai visto, e l’underground più geniale e seminale del quale campiamo di rendita ancora oggi. Gli anni Ottanta sono croce e delizia, diavolo e acquasanta, synth buoni e synth cattivi, playback e distorsioni. Soprattutto, negli anni Ottanta è venuta alla ribalta la band che attualmente sta al numero uno della mia personale classifica di gradimento.

“Chi è stato il migliore e più significativo per la scena musicale, in egual misura, nel decennio 80?”
“THE JESUS AND MARY CHAIN”

Amo i gruppi scozzesi, ne resto involontariamente affascinato ancor prima di scoprirne l’origine. Amo le distorsioni, qualcuno abbastanza attento potrebbe addirittura ricordarsene. Amo gli anni Ottanta perché nacqui in quel decennio. Condensare “80’s Scottish distortion” ci porta direttamente a Glasgow, città in cui i fratelli Jim e William Reid fondarono The Jesus and Mary Chain. La celeberrima enciclopedia Conoscere li descrive come “coloro che con due dischi bomba e una manciata di altri album minori seppero 20140710rivoluzionare la scena alternative rock, dando inizio al genere shoegaze -al quale formalmente non appartennero- e riscuotendo un numero imprecisato di palesi ispirazioni e spudorati scopiazzamenti”.
Si formarono nel 1983 e debuttarono nel 1984, si sciolsero nel 1999 prima che Reid&Reid potessero diventare i nuovi Caino&Abele, probabilmente perché persero tempo litigando su chi dei due fosse Abele, si riformarono nel 2007 arrivando blandamente sino al 2014. Che poi è l’anno in cui le loro esibizioni, negli ultimi anni centellinate, raggiungeranno una cifra ragguardevole di poco inferiore alle dita di due mani. A una delle quali, proprio in casa loro, assisterà lo scrivente nel mese di novembre.

Chissà perché non sembra abbiano intenzione di esibirsi in Italia. Forse perché l’esperienza del 1998, quando parteciparono alla prima edizione dell’Heineken Jammin’ Festival, facendo da apertura a una rockstar internazionale del calibro di Vasco Rossi, li lasciò tremendamente scioccati (la notoria apertura mentale dei fan di Vasco li ricoprì di bottigliette di plastica e fischi, ai quali risposero con una buona dose di meritati insulti). Come dire che nella scelta delle colonne sonore Sergio Castellitto è molto più bravo di Sofia Coppola. Lasciando perdere l’italiano medio e tornando ad argomenti di ben altro spessore, ecco in ordine cronologico inverso i cinque album più significativi della discografia dei JAMC.

L’ultimo disco in studio dei JAMC, risalente a più di quindici anni fa, non è affatto disdicevole come si potrebbe effettivamente ipotizzare. Non siamo più negli anni Ottanta, né lo si era nel 1998, il suono di Munki ammicca e non angoscia i timpani e l’anima come una volta, la schizofrenia dei testi è palese quando un album inizia con I love Rock & Roll e si chiude con I hate Rock & Roll, il disagio risiede nelle tracce 2 e 4, “I’m a bad motherfucker now but I once was cool” ci dice Birthday, Fizzy rilancia con “Elvis lives and Bob Dylan’s dead, and O.J.’s wife’s crawling back from the dead”. Verso la fine, a dispetto del titolo e dell’umore, Black è una ballatona che non ti aspetti. Ammesso che uno da questa band si possa aspettare ancora qualcosa, vista l’enormità di quanto già ha dato. Album un po’ troppo lungo, ma non classificabile come canto del cigno.

A chiudere i gloriosi anni 80 ci aveva pensato Automatic, in netta controtendenza con il precedente operato della band, ma in conclusione un bellissimo album pop-rock alternativo, con alcuni brani che potrebbero benissimo essere suonati ad una festa di compleanno nel 2070. Anzi potrebbe essere suonato dall’inizio alla fine, l’entrata soft ma decisa di Here comes Alice, il limone malinconico finale di Drop, la serenità alcolica ma sempre combattuta di Halfway to crazy, il crescendo del primo giro di shottini di Between planets, e il capolavoro a metà del disco di una canzone rifatta pure dai Pixies -che continuano a riproporre anche live- e che è carica come un raudo, Head on. Motto della serata: “And the way I feel tonight/I could die and I wouldn’t mind”. Sarà il tema del mio 86esimo compleanno.

Non un vero album, ma una raccolta di inediti, b-side, demo e cover degli anni dei primi due dischi, Barbed wire kisses non può essere considerato marginale della discografia dei JAMC. Cupo e lo-fi, lunghissimo e scorrevole, evidenzia come nei primi cinque anni di carriera non vi fosse in loro nulla di minore. Everything is alright when you’re down è un capolavoro, Psycho candy diede il nome ad un album pur senza comparirvi, Don’t ever change è psichedelicamente struggente. Upside down fu il primo singolo della band, mai pubblicato in un album studio, e segnava l’inizio della fine dei nostri timpani, e Sidewalking è un altro brano pubblicato come singolo forse perché dotato di un carisma proprio. Dischi come questo in genere vengono destinati ai fanatici un po’ perversi, mentre questo è commestibile anche per le persone normali.

Capitolo due della carriera dei Jesus and Mary Chain. Difficile reggere il colpo e restare saldi dopo un esordio come il loro, eppure Darklands è un gioiello. La storia è stata scritta due anni prima, con questo la si abbellisce un po’, rendendola più sentimentale senza aggiungere noia. Il lato A dà il tempo in quattro mosse che tagliano le gambe, prima traccia eponima Darklands molto più lenta di quanto ci si potesse aspettare ma che cresce e promette il botto, Deep one perfect morning si attesta su questo ritmo che inizia a piacerci, Happy when it rains cambia passo e fa balzare dalle sedie, senza alcuno shock, e con Down on me si giunge all’headbanging, ma con la compostezza e gli occhi truccati. April skies apre il lato B e insegna qualcosa a tutti i posteri (io continuo a sostenere che Vasco ne abbia preso ispirazione per un brano del suo album più azzeccato, e col senno di poi quel casino di dieci anni dopo fa abbastanza ridere), e si chiude anche qui con un limone malinconico e About you.

Qualche mese fa scrissi che Psychocandy dei Jesus and Mary Chain è il secondo gol di Maradona all’Inghilterra a Messico ’86 dell’alternative rock. Oltretutto trattasi di un disco del 1985, addirittura antecedente alle meraviglie del Pibe de Oro. Impossibile scegliere i cinque brani migliori, quando tutti e quattordici le tracce (quindi nella riedizione dell’anno successivo) sono dei capolavori. Distorsioni, feedback, la batteria di Bobby Gillespie (che poi se ne andò a formare i Primal Scream) che non urta ma batte il tempo del respiro, atmosfere e voci da dream pop in un crescendo estremamente rock. Psychocandy è il disco perfetto, dopo del quale potresti anche chiudere bottega e passare le giornate al bar bullandotene con tutti. Sono 43 minuti, non ha senso farne un riassunto, tre quarti d’ora da investire nell’ascolto di questa meraviglia ce li si può trovare una volta nella vita. O una volta al mese, o anche una volta ogni tre giorni. Proprio un antipasto per invogliare, la prima traccia cadenzatissima Just like honey e la fulminea You trip me up. Trent’anni quasi e tanta gloria, con i festeggiamenti di rito in arrivo.

*l’immagine si riferisce ad una t-shirt che ho ordinato una manciata di giorni fa, e che sto aspettando in grazia, per farla diventare la preferita della mia collezione