Andrea Rocchelli, un vecchio amico

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L’altro post che avevo scritto non andava bene, non si capiva. Cancellato. Rifaccio, a mente fredda, mi pare il minimo… non che questo conti granché, ma magari leggete in venti, non è zero né un numero negativo. E poi non ne parlerò più.

Pudori, non c’avevo messo nomi. Cosa personale. Via. Senso di colpa, chi sono io per? Meglio essere vago. Cosa personale. Via.

Andrea Rocchelli.

Un amico perso di vista all’Università. Cosa personale. Via.

Pavia, io lui e P., videogioco di Indiana Jones, millenovecentonovantapoco, computer 486, credo. Cosa personale. Via.

Manubrio di bicicletta, duemilaeboh, sabato sera (domenica mattina), sbanda, una mano il mio, una mano il suo… Cosa personale. Via.

Lascia una compagna e… no. Sarebbe un trucco, una costruzione a posteriori. Non li conosco. Cosa non-personale. Via lo stesso.

Una cosa personale però rimane: vivo in un mondo, in un paese, in una città in cui se uno incarta i Baci Perugina dice di essere un editor di poesia. Se ha fatto uno stage a Novella2000 e una volta ha scritto la didascalia di una foto, si presenta come giornalista di moda. Lui non lo vedevo da anni, e quando un anno fa lo ho incontrato e abbiamo parlato dei vecchi tempi e di quelli nuovi, alla domanda “cosa fai?” ha risposto “il fotografo, a Piacenza”. E basta.

Allora mi scuserete, ma le mie chiacchiere da blogger e da animabella si sono un po’ prosciugate ora, e credo che passerà un po’ di tempo prima che mi venga voglia di rimettermi a sentenziare sul mondo.

Scrive Sofri su Repubblica, delle due parti del conflitto: “sono stati ambedue” (La Repubblica, 26 Maggio 2014, pag. 23). Ha ragione. Scrive Cotroneo sul suo blog: “ci sono centinaia di Andrea Rocchelli in questo paese”. Ha ragione anche lui. Ma ci sono ancor più persone che non sono Andrea Rocchelli. So come lavorano l’industria culturale e quella dell’informazione. Scrivono altri molte cose. Qualche commentatore inacidito da posizioni pregresse, dipinge, nei commenti a un articolo online su Il Giornale, un ritratto ipotetico delirante: “quel giornalista faceva parte di una organizzazione anti Puttin, posso solo immaginare come vedeva le notizie che pubblicava, chiaramente di parte. Pace all’anima sua, sapeva dove si trovava e cosa andava incontro, i santi nel giornalismo fortunatamente ancora non esistono” (Dom, 25/05/2014 – 13:55). Ecco, per stupidità come questa servirebbe che gli Andrea fossero migliaia, non centinaia, forse. Scrive la blogger Mododidire sul suo tumblr: “il problema di tutti noi è che abbiamo paura di morire troppe poche volte al giorno”. Anche io, soprattutto io, mi sento così, ora, visto che qualche realtà fuori dall’occidente l’avevo intravista, in passato, ma senza mai rischi veri, e con curiosità monodose dosata tra altri impegni… e sono ormai quasi nove anni che non metto piede fuori dal Blocco Dei McDonald’s.

Ma credo che chi la paura di morire, a differenza nostra, l’ha visitata e testimoniata e raccontata, forse quella frase l’avrebbe girata, avrebbe detto che il problema è semmai che ci sono altri, che non guardiamo, che di morire hanno paura a ogni ora del giorno e della notte. Probabilmente vedrebbero il problema più urgente in chi soffre, non nella colpa, nostra, di non soffrire, o di non andare a guardare.

Bene. Con ordine. Io avevo un amico, che poi per anni non ho più sentito, che ho incrociato per caso. Era un eroe, e non lo sapevo. E l’hanno ammazzato insieme a un altro eroe. Frullati di filosofia della storia potrebbero farmi dire che morti come le loro possono migliorare il mondo dando a tutti un esempio di qualcosa (ma a che prezzo). Per dirne una, nel mio piccolo io ora sento molto più chiaramente quanto sono minuscoli i pruriti miei e delle persone che amo. Cioè, per anni l’Occidente ci ha portati a considerare retorica il meccanismo per cui, alla signora che mi confida: il mio bambino è infelice perché io e mio marito litighiamo, potrei rispondere: quei bambini là invece sono infelici perché stanno in una buca. Io ora inizio a sospettare che di distinguo ne abbiamo fatti troppi, per giustificare la cecità del nostro benessere.

E niente, ci penso e basta. Faccio un bel cerchio nella sabbia, lo chiamo “noi non-assolutorio”, ci metto dentro tutti quanti, e pochi fuori. Uno di quei pochi lo conoscevo. Si chiamava Andrea Rocchelli, era un mio amico, e secondo me era un eroe.

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