Scienza pop

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Avete presente quando aprite una rivista che, tra oroscopi e depilazione dell’inguine, si occupa di scienza pop, e ci trovate scritto dentro (invento) che esiste una correlazione fra mangiare carne di renna e tentare il suicidio? Poi ci pensate su e vi accorgete che molti di quelli che mangiano carne di renna sono finlandesi, e che i finlandesi probabilmente hanno un alto tasso di suicidi per ben altri motivi, che con la carne di renna non hanno nulla a che vedere?

Le scienze che studiano l’uomo, dall’antropologia alla linguistica, alla psicologia alla medicina, sono fortemente legate a due diverse fasi della sperimentazione. Una fase è quella dell’individuazione di correlazioni, una seconda quella della comprensione dei motivi e dei meccanismi della correlazione.

Ad esempio, io posso prendere un campione di malati di enfisema e scoprire che moltissimi sono fumatori. Questo tipo di analisi è di natura statistica. Mi dice che c’è un legame fra le due cose, ma non mi dice quale sia questo legame.

E già a questo punto occorre sempre domandarsi se il campione sia grande abbastanza, e abbastanza casuale e variegato da non includere solo persone che abbiano lavorato in miniere di carbone. In molti casi, le presunte scoperte esplodono come bolle di sapone proprio perché la casistica in esame non è statisticamente significativa.

Poi procedo a esaminare che cosa succede effettivamente agli alveoli quando il fumo entra nei polmoni, e allora capisco il meccanismo della correlazione che prima avevo individuato solo a livello statistico.

Molti studi che vengono esposti a livello di scienza popolare mancano della seconda fase. Anzi, molti studi in generale mancano della seconda fase, e questo può succedere perché i risultati di ricerche preliminari vengono annunciati prima che l’analisi sia stata completata, o perché semplicemente il meccanismo di valutazione della ricerca da parte delle università – schiacciato dal sistema publish-or-perish – non concede alla scienza i tempi di cui la scienza avrebbe bisogno.

Il problema è che l’individuazione di un coefficiente di correlazione è un fatto puramente matematico. Nulla di più. E non individua un rapporto di causa-effetto. Faccio tre esempi.

1) Causalità accertata: enfisema e fumo. Esiste una forte correlazione fra le due cose, e c’è una relazione di causalità, perché una volta individuata la correlazioni, i meccanismi fisici che la producono possono essere individuati.

2) Pura coincidenza: aerei e calcio. Immaginate che sia il 1950, e di fare uno studio sulle professioni dei morti in incidenti aerei sul suolo italiano nel dopoguerra. Scoprirete una forte correlazione fra l’essere calciatori e il morire in aeroplano. Poi però potrebbe venirvi in mente che nel 1949 il Torino FC si è spiacciato sulla basilica di Superga, e che il vostro campione statistico è viziato perché troppo limitato.

3) Causalità incerta: il tofu di Okinawa e la longevità. Tecnicamente, ci sarà una fortissima correlazione fra qualsiasi abitudine tipica dell’isola di Okinawa e la probabilità di avere una vita lunghissima, semplicemente perché gli abitanti di Okinawa hanno una vita lunghissima. Potrebbe essere il tofu che mangiano lì, oppure una predisposizione genetica, o qualche cosa nell’aria che si respira, o la qualità del pesce, o di qualche altra verdura.

Se volete vivere a lungo, e il tofu vi piace, beh, worth a shot, non si sa mai… ma state molto attenti a chi vi dice: la scienza ha scoperto che. Potreste finire per cercare di curare l’anemia con gli spinaci, che non hanno più ferro di molte altre verdure, per poi trovarvi in bibliografia i fumetti di Popeye.