Vivere la solitudine – La migliore offerta

migliore

Se c’è una cosa davvero difficile, è spiegare, a chi non l’ha mai vissuta,  che cos’è la solitudine.

Si faccia attenzione: quando parlo di vivere la solitudine, non intendo essere soli. Soli  infatti, in un certo qual modo, lo siamo tutti: perché viviamo in una società estraniante, che tende ad allontanare gli individui gli uni dagli altri; perchè siamo dipendenti da una tecnologia che finisce con il limitare i rapporti umani, oltre che con il renderli meno profondi.

Quindi, come dicevo, non voglio parlare di chi è solo; ma  di chi ha vissuto il dramma, la consapevolezza  di essere “diverso”, di avere “qualcosa” in meno degli altri: la capacità di provare un’emozione, quella di innamorarsi, quella di avere un “contatto” con un altro individuo. Tutto questo è splendidamente rappresentato dal personaggio di Virgin Oldman, il protagonista dell’ ultimo film di Giuseppe Tornatore, La migliore offerta. Il film racconta la storia di un battitore d’asta di fama internazionale che  viene assunto da una donna misteriosa per catalogare e mettere all’asta le sue proprietà ed i suoi beni; la donna è però affetta da una grave forma di agorafobia, per cui rifiuta di mostrarsi al resto del mondo, e parla con Oldman solo attraverso una finta parete della sua misteriosa villa.

Il film, che riesce a dosare con intelligenza ed equilibrio gli elementi tipici della love-story, del mistery e della commedia, è sostanzialmente un’opera sulla solitudine: il personaggio di Oldman (un magnifico Geoffrey Rush) è infatti un uomo che per anni ha convissuto con l’ incapacità di provare sentimenti verso gli altri, di avere dei normali contatti umani (porta sempre dei guanti, proprio perché non sopporta di toccare le altre persone); un uomo che ha rivisto, nelle migliaia di volti femminili dei quadri che affollano la sua immensa (ma vuota) magione, il viso che mai gli è riuscito a trovare. Dipinti che rappresentano la “ricerca” di qualcosa che per il resto del mondo è normale, naturale (manifestare affetto, condividere emozioni, fare l’amore).  Perché chi vive il dramma della solitudine convive con la perenne sensazione di essere un uomo fuori posto, un uomo a cui “manca un pezzo”, come l’automa che il giovane antiquario sta cercando di ricostruire,e a cui lo stesso Oldman si paragona, in una delle scene più belle del film.

Film che è arricchito da un finale a sorpresa davvero splendidamente cinico ed amaro, che lascia nello spettatore un senso di sfiducia nei confronti delle persone e dei sentimenti che per una vita Oldman aveva cercato, e che alla fine gli si sono rivelati in tutta la loro falsità. Eppure, nonostante tutto, Oldman ha tratto una grande lezione dalla sua vicenda: ha imparato ad amare. E forse gli basta questo per convincersi che, prima o poi, qualcuno arriverà; e che gli basterà “aspettare qualcuno”, seduto in un bar di un caffè di Praga.