Fine vita- Redpoz bis

Dopo aver affrontato in modo “scientifico” la questione del fine vita, vorrei concedermi una riflessione più intima, emozionale se vogliamo.

Ve la sottopongo con una semplice domanda:

Cos'è questo?

Cos’è questo?

Sapete cos’è rappresentato nella foto?

Se ci siete andati abbastanza vicino, probabilmente sì. Se siete stati abbastanza vicini ad un terminale, vicini alla fine, vicini alla morte, con ogni probabilità potrete rispondere.
Si tratta di un dosatore per morfina, una macchinetta automatica che -una volta impostata dal medico- continua a somministrare morfina in dosi regolari per non far soffrire troppo il paziente. Fino alla fine (scopro da ammennicolidipensiero che tecnicamente è definita “sedazione terminale”).

Personalmente, la prima volta che ne vidi un (aldilà dei telefilm) fu un paio d’anni fa.
Ne fui letteralmente, profondamente shockato. Tanto shockato che ancora oggi non riesco a levarmelo veramente di mente.
Ero andato in ospedale, dove giaceva mio nonno. Ovviamente, era “agli ultimi”, infatti morì quella notte stessa. Ma volevo passare da lui un’ultima volta, per quanto sapessi che non sarebbe stata “una bella visione”.

In realtà lui, il suo corpo (era ormai addormentato) non mi fece particolare impressione. Quella macchina sì.
Quella macchina nascondeva ciò che noi tutti volevamo nascondere: dietro la somministrazione di antidolorifici si celava un’immensa ipocrisia.
Non so se riuscirò a rendere una precisa idea dell’impressione che mi fece, ma credo che darvi l’esatta proporzione di quella siringa potrebbe essere d’aiuto: era grande, all’incirca, come una bottiglia d’acqua da un litro (ben più grande che nella foto), adagiata orizzontale sulla macchina. Senza dubbio la droga era diluita, ma la sua dimensione, pronta a durare per tutta la notte o forse di più lasciava impressionati.
In quella grandissima siringa sentivo l’ipocrisia di non voler guardare in faccia la fine, la morte.
Intanto, l’idea di somministrare antidolorifici ad un uomo che sarebbe morto di lì a poche ore assumeva per me un’intenzione profondamente menzognera: come se ciò di cui aveva bisogno fossero gli antidolorifici! (Non sono credente, ma piuttosto un prete!) Sembrava quasi voler distogliere l’attenzione dei presenti, focalizzarla sul momentaneo dolore che il nonno probabilmente affrontava ed occultare il dolore che di lì a poco sarebbe cessato per lui, ricadendo interamente su di noi.
Che senso ha difendersi dal dolore quando non ci può difendere dalla morte?
E cosa sarebbe successo se l’avessero staccata dal suo corpo? Si sarebbe svegliato urlando? Ricordo che tanti anni fa stavo guardando uno sceneggiato tv de l’”Iliade” ed un Ettore portava un prigioniero greco entro le mura di Pergamon, alla domanda se il prigioniero fosse ancora vivo, l’Ettore lo ferì con la spada facendolo urlare rispose “Non è forse un grido la differenza fra la vita e la morte?“. Già, non è forse un grido? Non è forse il dolore la prova che siamo ancora vivi?
Arrivai persino a dubitare che i medici l’avessero messa lì per una ragione precisa e che -al contrario- fosse solo una “precauzione” fondamentalmente inutile, un modo per lavarsi la coscienza.
Sembrava un nascondersi.

E’ curiosa questa economia del dolore, e credo in qualche modo spieghi anche tanta nostra ritrosia a lasciar morire i nostri cari:
finché sono vivi, soffrono loro; quando muoiono, soffriamo noi.

In secondo luogo, quell’enorme siringa di oppiacei mi diede l’impressione di una morte “addolcita”: mi sembrò come se il nonno fosse accompagnato verso la fine nel modo più caritatevole possibile. Il che, di per sé, può sembrare anche una bella cosa: perché lasciar soffrire qualcuno?
Ma era anche una cosa terribilmente ipocrita: da quando era entrato in ospedale l’ultima volta, il nonno aveva certamente sofferto. Ma ora, nell’ultimo momento, non gli negavano la morfina: dose extra. Quanto distante dall’overdose?
Credo tutti noi abbiamo almeno una vaga idea di che droga sia la morfina… una droga che “addormenta”, inebetisce.  Ecco, quel dosatore mi diede l’idea che cercassero di lasciar morire il nonno “addormentato”, insensibile al mondo (“sintomi refrattari”, scopro si chiamano) e questo mi lasciò profondamente scosso.
Sembrava un nascondere.
Fossi stato solo, fossi stato più forte, probabilmente avrei cominciato a premere il tasto “+” di quella macchina sino a raggiungere il massimo dosaggio possibile. (…)
Se tanto il nonno doveva lasciarci così, meglio lo facesse presto. Non così: cosa stavano forse aspettando con quella siringa di morfina? Che “sopraggiungesse la morte” per uno qualsiasi dei tanti fattori che potevano causarla? E come volevano aspettarla: con un uomo che non potesse neppure rendersi conto di quanto gli accadeva? Ma allora che differenza c’era con un uomo già morto?
Abbiamo già detto come la morte sia sempre più scomparsa dal nostro orizzonte, dalla nostra vita: relegata prima negli ospedali; poi in sezioni specilizzate; infine, occultata dietro una massicia dose d’oppiacei (ah, John Donne!).

Se qualcuno ricorda le pagine di dolore che accompagnano la morte di Tarrou ne “La peste” di Camus, quando il morbo pare ormai debellato (p. 103 – 106), credo non possa fare a meno di domandarsi cosa sia più “umano” fra quella sofferta ed estrema lotta ed il dolce cullare della droga.
Badate, non domando “chi sia più uomo” o “meno uomo”; né voglio sostenere che le cure palliative non siano giuste e doverose. Sono totalmente convinto lo siano (fosse per me, autorizzerei anche l’eroina!).
(Se posso permettermi il paragone, trovo siano un pò come l’aborto: una cosa tragica e dolorosa, ma che è doveroso esista e sia a disposizione di chiunque ne abbia bisogno).

Solo, personalmente, credo vorrei morire il più sveglio, il più lucido possibile. E non lo dico con spacconeria, né con eroismo: lo dico come segno d’accettazione, anche di rassegnazione. Credo sia un desiderio condiviso da molti, credo. Ho sentito che “alla fine”, il dolore ci sopraffà e ci arrendiamo ad esso. Probabilmente è così, anticipato da un rantolo, da un urlo che ci segna veramente il limite ultimo della nostra sopportazione (quel limite che tante volte ci illudiamo di aver raggiunto e poi increduli ci lasciamo alle spalle: questa volta no). E poi basta.
Forse vorrei morire addirittura con un urlo, un urlo atroce, tremendo, disumano, alla fine, che mi svuoti tutti i polmoni, che terrorizzi chi lo senta e mi lasci affermare per l’ultima volta “Ho vissuto!“.
Naturalmente, queste considerazioni riguardano me e solo me.

Se crediamo -come almeno personalmente credo- che il malato abbia il diritto di autodeterminarsi nella scelta delle cure e di rifiutarle; credo dovremmo riconoscergli il medesimo diritto anche sul rifiutare le cure palliative.
Se crediamo che l’uomo debba morire in dignità e se crediamo, come ha detto la Cassazione nella sua citata decisione nel triste “caso Englaro”, che la “dignità” dipenda dalle “personali concezioni del soggetto“; credo dovremmo lasciare al singolo la decisione su quale sia a suo giudizio il modo più dignitoso per morire, se affrontando il dolore o meno. La dignità del “come” morire risiede in larghissima parte nelle idee del singolo, pertanto è fondamentale evitare qualsiasi generalizzazione e lasciare al singolo la scelta che personalmente ritiene migliore. Così, quella che denuncio come “ipocrisia” risiede solo nell’assenza di questa scelta personale, nella surrogazione della stessa da parte della comunità che decide per il singolo.
Insomma, con che diritto quei medici decisero per mio nonno? Con che diritto decisero che per lui era meglio avere la morfina?
Come possiamo negare un urlo così a chi sta per morire?