Confessioni di una camgirl sentimentale

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Eccoci a noi, popolo della notte. Chi sono? No, non sono la vostra amata pecorella candeggiata: quella stronzetta mi ha chiesto di buttare giù qualche riga per lei. Ho notato che la prendete molto sul serio, ma è matta totale. Dove credete l’abbia conosciuta? In uno dei peggiori letamai del web l’ho conosciuta: una flashchat senza registrazione.
Solo che, vedete, io i letamai li abito da sempre, lei ci è venuta in trasferta. Ha questa mania del pellegrinaggio negli abissi di degrado, questa mania di salvare cause perse e casi disperati. E ora ha deciso di redimere me.
Bene, vi ho detto chi non sono. Ma chi sono? Non che non lo voglia dire, solo non vorrei farlo gratis. Pure questo, si intende. Fatemi una cortesia, non ho un cappello, andrà bene la coppa di questo reggitette parcheggiato sulla scrivania, avanzo della mia ultima performance. Voglio sentire “tin! tin! tin!”  Bravi, perfetto.
Ho ventisei anni, una famiglia normale, un fidanzato attento, alcune amiche. Lavoro nell’edicola dei miei genitori. Sono biondina, pelle chiara e occhi scuri, un filino sovrappeso. Non bella, non brutta, normale: il picco della gaussiana mi solletica le chiappe. Mi piacciono le commedie romantiche, le bici da passeggio col cestino, la panna montata, le orchidee, cantare in macchina e dialogare amabilmente con le nonnine sugli autobus. Di notte però, spente le luci, accendo una webcam e divento la star della mia cameretta. Non lo faccio per soldi -forse a quest’ora sarei ricca- non potrei mai farlo per soldi, sia chiaro.
Punto uno: contatto io le mie vittime, non è mai accaduto il contrario. Punto due: non divulgo mai le mie generalità. Alcuni mi tartassano per un bis che non sono disposta ad accordare, per un indirizzo email o per quello del domicilio. Cambio nick di continuo per evitare di essere rintracciata, ma certe volte la fantasia mi manca e ne riciclo uno vecchio. Che fatica avere una doppia-tripla-quadrupla-ennesima vita, pure online. Quelle come me sono destinate a nascondersi sempre, ovunque.
Evito i coetanei, so di non avere grande appeal su di loro. Mi butto sui ragazzini appena maggiorenni o sugli uomini molto più grandi di me. Insomma, devono credermi terribilmente fuori portata.
I posti che bazzico sono zeppi di maniaci duepuntozero come me, che si inventano il sesso nei modi più disparati: solo scritto, solo parlato, solo guardato, guardato e scritto, parlato e guardato. Alcuni millantano perfino grandi scopate a suon di sms. Mi immagino l’attesa tra una botta e l’altra: il regionale delle zero zero e quarantuno è in attesa al binario uno.
Arriverà con trentacinque minuti di ritardo, ci scusiamo per il disagio.
E poi ci sono tutti gli altri: quelli che non li hai mai visti all’aperitivo, quelli che non sorseggiano spritz. Sfigati, introversi patologici, scontrosi sociofobici, topi di biblioteca, nerd. Quelli che non cercano sesso, quelli che hanno smesso di cercare qualsiasi cosa. Quelli che indossano lo stesso maglioncino infeltrito da quando la moglie li ha lasciati, quelli che non l’hanno mai avuta una moglie, quelli che non l’avranno mai. Un universo sommerso di umanità. A volte la migliore, a volte no. Eserciti di infelici, eserciti di solitudini tutte diverse e tutte uguali.
Perché proprio loro, direte voi, con tutti i maschietti prestanti che ci sono in giro. Ma voi l’avete mai visto un nerd eccitato dietro la montatura spessa degli occhiali? Sapete com’è un introverso patologico quando perde il controllo? Avete mai sentito godere uno che non si tocca da anni?
Semplicemente: è commovente.
Il mio risarcimento sta tutto lì, in quel verso a metà tra un grugnito e un acuto. Una caduta per le scale e un ululato.
“Sei un caso disperato” mi dice bleachedgirl. ” Basta con le flashchat gratuite, fai come me” mi dice.
“Lascia quell’edicola e inizia a farlo per soldi, non hai idea di che pacchia…”.