Orologio biologico e maternità

Leggendo uno dei blog che seguo mi sono imbattuto in una tesi interessante, Che vorrei riportare e commentare. Si parte dal fatto che tante, tantissime donne reclamano il diritto alla maternità basandolo sul mero orologio biologico che ticchetta, e che prima o poi nega questa possibilità. E su questo, si diceva che sarebbe il caso di prendere in esame il punto di vista del nascituro, perché la maternità è un impegno per la vita, ed è un onere particolarmente gravoso, visto che in nome di essa si arriva in molti casi all’annullamento di se stessi. Non la voglio fare troppo palloccolosa, ma è sicuramente vero che una madre coscienziosa è una madre che antepone al proprio ego il bene dei figli. E diciamo pure che questo è vero anche al maschile, se parliamo di coscienza. La figura del genitore, madre o padre poco conta, che si toglie il pane di bocca per darlo ai figli, con tutta la sua retorica da operetta, è frutto di saggezza popolare tanto quanto i proverbi. E come tale basata su una tradizione, valida anche in natura, per cui i cuccioli devono essere protetti e messi al riparo, devono crescere sani e forti sino alla vita adulta.

Come dico spesso parlando con persone che conosco, i genitori sono gli archi, i figli le frecce. Ma non voglio discostarmi troppo dal discorso iniziale, cioè la maternità e l’orologio biologico. La conclusione a cui si arrivava nell’articolo che ho letto era che dobbiamo lasciar fare alla Natura, che sicuramente ha tanti pensieri e non sta lì a preoccuparsi di ogni singola donna che vuole un figlio perché sta per raggiungere il momento in cui Big Ben dirà il suo irrevocabile Stop.

E dunque. La tesi è molto interessante, e condivisibile. Ma anche ampliabile, perché lasciar fare alla Natura significa anche andare un po’ oltre questo stereotipo dell’orologio biologico. Lasciar fare alla natura significa diventare genitori da giovani. Per una serie di ragioni che vado ad illustrare. Premetto che la mia prima figlia è nata quando avevo 29 anni. E questo è successo un quarto di secolo fa. A quell’epoca, e a quell’età, non mi sentivo un genitore giovane, e mia moglie, che di anni ne aveva 30, fu definita “primipara attempata”. Ora, alla faccia di tutti i progressi effettuati dalla medicina, dal punto di vista della fertilità la donna dà il suo meglio intorno ai 25 anni. Poco più poco meno, poco importa. Quel che importa è che l’età media delle primipare è in allarmante salita, e questo, come dicevo non va bene. Fine della premessa.

La prima ragione, e la più importante, è che una genitrice giovane è mediamente meno soggetto a gravidanze complicate, a tutto vantaggio del nascituro. La seconda è che un genitore giovane ha molte più energie, la prospettiva concreta è quella di non dormire per lunghi periodi, di cambiare totalmente orari e modi di vita, di cambiare molte cose. E questo mi porta alla terza ragione, che è che un genitore giovane ha più elasticità. E’ meno ancorato a stereotipi di vita che prevedono la pizza con gli amici, ad esempio. E quindi sarà più propenso a privilegiare il sonno del bambino rispetto alla propria pizza, evitando al pargolo lo stress di un ambiente dove c’è casino confusione e quant’altro. La quarta ragione è che un genitore attempato avrà enormi problemi ad affrontare la stagione dell’adolescenza. Perché il gap generazionale sarà innaturalmente alto, e la possibilità di comprendersi, in un’epoca in cui le accelerazioni di costume sono all’ordine del giorno, diventa prossima a zero. La quinta ragione è che un genitore giovane avrà maggior propensione a dare un fratello/sorella al pargoletto, un genitore attempato al pensiero di rivivere l’ordalia delle notti e del casino indotto dal neonato in un numero significativo di casi si arrenderà, senza contare che l’orologio corre comunque, e la probabilità di generare un secondo figlio è intrinsecamente minore. E infine, la sesta ragione, ultima ma non meno importante, è che un genitore giovane ha quel pizzico di incoscienza che serve ottimamente alla bisogna. E se il piccolo ha una colica e piange tutta la notte non si farà prendere dal panico di un genitore attempato che penserà all’elenco di tutte le possibili malattie mortali che hanno gli stessi sintomi della colichetta. E che non farà una malattia del fatto che il pargolo mangia poco o parla poco o ancora non cammina o quel che si vuole.

Mi si dirà che oggi è complicato, che bisogna laurearsi, che il lavoro è precario, che che che. Eppure. Eppure io conosco una persona che compirà 30 anni quest’anno. Lavora solo lei, il marito è precarissimo e hanno una figlia di quasi 4 anni. Vivono con difficoltà da un punto di vista materiale, ma io vorrei mostrarvi gli occhi di questa persona quando parla della sua famiglia. Questa persona è una persona felice. Non è retorica da strapazzo, e sicuramente per un esempio così ne esistono milioni all’opposto. Ma io questo esempio lo conosco de visu. E ho toccato con mano. E ho visto come affronta le difficoltà quotidiane e le difficoltà materiali che a volte possono sembrare insormontabili. Non si arrende mai, sorride molto e vive bene. Davvero. Vive molto bene.

Ecco, quindi, la mia tesi. Lasciamo fare alla Natura a tutto tondo, e cerchiamo anche di rientrare nella campana di Gauss VICINO al picco della fertilità, quei 25 anni più o meno di cui si parlava all’inizio. Anche perché, parliamoci chiaro. Se non si ritorna a fare figli, il “ceppo” italiano scomparirà nel giro di qualche decennio. Non sono uno statistico e neanche particolarmente esperto in demografia, ma è di tutta evidenza che se ogni coppia genera al massimo due figli la popolazione diminuisce. Ora io non sono particolarmente fanatico in merito alla razza, però il nostro è un ceppo molto antico, e vederlo estinguersi fa male come vedere estinguersi il panda.