E.A.P. – Masticone

E’ difficile affrontare un tema così ampiamente dibattuto, specie in rete, cercando di dire cose nuove o che non siano almeno già state troppo cavalcate.

L’E.A.P (editoria a pagamento) è uno dei quei temi che spacca in due le grandi masse. Come il comunismo o il fascismo. I seguaci dell’una o dell’altra fazione fanno a gara a inneggiare peana o trovare giustificazioni teoretiche che portino acqua ai rispettivi mulini.

Per non saper né leggere né scrivere voglio mettere subito in chiaro un paio di cosucce che vorrei fossero gli occhiali con i quali va letto questo post:

- Io, personalmente, sono NELLA MANIERA PIÙ’ ASSOLUTA, senza alcun distinguo o eccezione CONTRARIO all’ E.A.P.

- L’E.A.P. tuttavia rimane una pratica che (purtroppo) è ancora assolutamente LEGALE e chiunque la pratichi non incorre in alcun reato.

Aggiungo anche che, curiosamente, a pensarci meglio, essa, che da un lato è l’ossimoro del termine “Letteratura, è però allo stesso tempo, il modo più grande con cui centinaia di migliaia di utenti le rendono atto di sottomissione o di adorazione. Se qualcuno è talmente deciso e convinto al punto da decidere di pagare migliaia di euro pur di poter pubblicare un suo qualsiasi scritto con case editrici farlocche che sono in vita solo per sfruttare l’ego di personalità represse, è solo perché  questi individui ritengono che la Letteratura sia uno dei pochi modi con i quali è possibile dare un senso alla propria esistenza, arrivando persino a sconfiggere la morte. Non è un caso che in americano essa viene definita “Vanity press”.

I motivi per i quali l’E.A.P. sia prassi da condannare sono centinaia. Tutti ampiamente descritti in tanti articoli. Si parte dal rispetto di sè stesso, per arrivare al rispetto degli altri scrittori che vedono la propria “professione” infestata da gente che nè sminuisce il ruolo.  Garantire a chiunque di veder pubblicato ciò che esso scrive senza un minimo di selezione è come dire che qualunque Banca Centrale può battere moneta contante e inflazionare il mercato di liquidità. I danni all’economia di questa azione sciagurata sono evidenti a tutti. I danni che rivengono all’editoria da questa immissione di libri inutili e dannosi invece no. Per la verità non sono le grandi Banche centrali a pubblicare EAP. Alcune case editrici, o meglio tipografie camuffate da case editrici, hanno deciso di venire incontro a questo bisogno clamoroso latente in molte persone e, a fronte di un corrispettivo che può variare dagli attuali duemila euro fino ad arrivare a quattro cinque mila euro, stampare un numero molto limitato di copie che vengono poi date allo stesso autore che tenta di smerciarle ai propri amici. Nessuna di queste opere finisce in libreria, nè viene promossa in alcun modo e quasi la totalità di quelle che non finiscono come di prassi sulle bancarelle di roba usata, dopo pochi mesi finisce al macero. I contratti spesso capestro tacciono di questi piccoli particolari e, anzi, spesso, esistono negazionisti  vergognosi che, proprio come è stato fatto sull’Olocausto, sono pronti a giurare l’esatto contrario.

Una casa editrice VERA, si assume i rischi di impresa e non fa pagare nulla all’autore che sceglie di pubblicare. Non importa quanto grande e importante essa sia, nessuna casa editrice che meriti di esser chiamata tale chiede ai propri autore un centesimo. In cambio della loro opera garantisce royalties e soprattutto editing, promozione, supporto, ricerca di recensioni decenti Ne cura la distribuzione e comunque tutte le normali attività relative alla vita del libro che ha prodotto. Le case editrici (tipografie) che invece non hanno questo tipo di standard, chiedono soldi su soldi e non offrono alcun tipo di qualità né al mercato nel momento della scelta né all’autore.

Pubblicare con queste società a fini di lucro (che sono spesso le uniche che davvero guadagnano nel mercato editoriale) comporta anche l’apposizione di uno dei più gravi marchi dell’infamia per una carriera di scrittore,  financo di serie B. Qualunque scrittore abbia mai pubblicato con case editrici del genere finisce in liste nere per cui anche i successivi lavori non vengono mai accolti da case editrici VERE anche qualora fossero di qualità proprio perchè essi hanno “sporcato” il loro status con una cosa infamante come è il pagare per vedersi a tutti i costi pubblicato. Più o meno come presentare un casellario giudiziale non negativo a un concorso pubblico.

E poi diciamocelo, se non si è in grado di convincere nemmeno un lettore (l’editore) a investire su di noi, forse è bene ripensare al fatto che ciò che si è scritto non è davvero degno di essere pubblicato, Le argomentazioni forti (apparentemente) di chi invece difende questo tipo di Vanity Press è che molti autori importanti come Moravia o Montale hanno cominciato allo stesso modo. Pagando. E che comunque poichè le grandi case editrici neanche leggono ciò che gli viene proposto (cosa in genere vera) e le medio/piccole hanno budget molto più piccoli, l’accesso al mercato è quasi sempre asfittico e bloccato.

Quest’ultima obiezioni, parzialmente vera, è tuttavia facilmente smontabile tramite l’utilizzo di un altro strumento che invece è comunemente accettato e rispettato: il SELF PUBLISHING.

Questa distinzione tra EAP e SELF PUBLISHING è secondo me la vera cosa che occorre mettere ben in evidenza all’interno di questo topic.

Mentre la prima, l EAP è pratica da mettere al bando (e con essi gli autori che meriterebbero tanti DIMMERDA – dal nostro Intesomale), il secondo è al contrario il futuro del mercato editoriale e su di esso non esiste  alcun divieto, nemmeno di natura morale.  Una cosa è pagare migliaia di euro una casa editrice farlocca pensando di aver pubblicato davvero, altra cosa è decidere che poichè nessuno vuole investire su di te allora, utilizzando le moderne tecnologie,  uno non possa decidere di autoprodursi diventando di fatto editore di sè stesso, accettando tutti i limiti che la cosa comporta. Una cosa è sbandierare ai quattro venti o sui blog o su FB di esser stato pubblicato dalla Albatros o da Seneca o dalle altre centinaia di case editrici a pagamento, altra cosa è dire di aver pubblicato un ebook con il self publishing per vedere se qualcuno è interessato a ciò che si scrive. Chiunque si auto pubblichi sa perfettamente che non avrà un editing (a meno che non decida di investire dei soldi con professionisti che lo sappiano fare) e che soprattutto, i media importanti non vorranno saperne di lui.  Il self-publishing non è divertente. Chiunque ci prova lo sa. I giornali non recensiranno mai un libro che non sia pubblicato nel Modo Analogico Della Vecchia Scuola e non è poi automatico che tutti possano farcela ad avere successo. Ci riescono i più bravi, quelli con le migliori connessioni, quelli col miglior libro.

In ogni caso la distribuzione digitale è disponibile per chiunque voglia usarla, fornendo agli autori un’alternativa molto interessante. Il digitale ha cambiato il ruolo degli editori. Prima erano un qualcosa di cui gli autori avevano bisogno. Oggi sono una soluzione che gli autori possono scegliere o non scegliere.