Il processo – Masticone

Alcune cose più di altre permettono alla gente comune di sentirsi importante.

Ci sono, ad esempio, argomenti di cui molti pensano di poter parlare solo perchè ne sentono discutere in televisione. Due parole a un talk show di qua, due al telegiornale, una letta a un articolo sul giornalaccio dal barbiere ed ecco che un individuo di medie capacita si sente in diritto di poter entrare in un qualsiasi bar e disquisirne a piacimento.

Assieme al calcio, le donne e il governo ladro “il processo” è uno di questi.

La maggior parte delle persone crede, infatti,  non solo di sapere come  si svolge, ma è persino convinta di avere anche il diritto di poter giudicare le sentenze. Ovviamente senza conoscere le prove (se non attraverso i filtri dei media), o le argomentazioni degli avvocati o le testimonianze degli imputati. Occorre anche dire che in questo sono aiutati dai politici che sono i primi a mettere sotto accusa il magistrato quando gli dà torto o a incensare la sua lungimiranza e libertà allorché invece gli dà ragione.

Insomma, nei processi mediatici, tutti sono in grado di dir qualcosa. In realtà però, percentualmente, non sono tanti quelli che sono entrati davvero in un’aula di Tribunale e che li hanno subiti davvero.

Pochissimi quelli che lo hanno fatto in più di un continente.

Veramente rarissimi, casi. Esseri talmente abbietti e asociali che riescono a farsi portare alla sbarra in più di una nazione, pure lontane tra loro.

Io sono tra questi.

Se Garibaldi era l’eroe dei due mondi, io sono il cazzone che è riuscito nella titanica impresa di farsi processare sia qua, in Italia, che in U.S.A.

Tralascio le miei vicissitudini italiche, noiose e poco interessanti e mi concentro solo su quelle statunitensi.

In realtà per poter far capire il quadro d’insieme occorrerebbe che vuotassi il sacco completamente sul chi sono e cosa faccio e soprattutto come diavolo sono finito in un film come quello che ho girato laggiù.  Evito perchè la cosa implicherebbe una premessa di almeno cinquanta pagine. Prima o poi ci scriverò un libro e, magari, finalmente, qualcuno “vero” si accorgerà di me, eliminando quella maledizione che mi ha colpito e che mi vede sempre costretto ad avere a che fare con editori più scalzacani di quanto non sia già io. Che è tutto dire. Fino ad allora dovrete accontentarvi del succo della storia: lottavo per avere diritto a vedere mia figlia!

Eh si, perchè si ha un bel dire i paesi musulmani. Quando mi sono recato alla Farnesina, a Roma, a chiedere aiuto rispetto al fatto che mia ex moglie mi stava impedendo di essere padre, la Dott.ssa C*******, che mi ricevette solo perchè raccomandato da un onorevole al quale non poteva dire no, mi disse lapidaria e secca (testuali parole, giuro)

“Caro dott.Masticone, tutti credono che noi abbiamo problemi con gli arabi in merito. Tutti credono che siano loro il nemico perchè i media danno risalto a un paio di eventi clamorosi. Mogli intrappolate in ambasciate e cose simili. In realtà questi Paesi in genere rispettano le convenzioni internazionali, quella dell’Aja soprattutto. Sono gli americani che invece non lo fanno. Per loro ogni cosa che viene fatta fuori dai loro confini non vale niente. Lei è uno dei tanti casi di italiani/e , che sono stati sposati con cittadini statunitensi ai quali si presenta di fronte un muro impossibile da scalare. “

Soprattutto, la cosa che mi ferì, fu la chiosa finale: “E mi spiace. Noi non possiamo fare davvero niente.

Poichè sono un tipo tardo e le cose voglio sentirmele dire due volte le chiesi:

“Lei mi sta dicendo che  sarei un coglionazzo italiano che ha regalato a questo cazzo di Paese un anno e mezzo della sua vita a fare il militare, paga le tasse regolarmente fa vita attiva cercando di fare del suo meglio per renderlo un pochino migliore e lui, IL MIO PAESE, quando ho bisogno di lui, mi dice si arrangi non possiamo fare niente per lei?”

Lei mi guardò, seria. E ribadì:

“Mi spiace dirlo ma è proprio così. L’ho ricevuta solo perchè non potevo non farlo e per rispetto e le offro la mia personale solidarietà, ma mi creda, con onestà, noi da qua non possiamo fare assolutamente niente.” (poichè per qualche strano motivo si tende a credere che scriva solo cose di fantasia, aggiungo solo che potrei dire  nome e cognome di detto funzionario, data e luogo e com’era vestita il giorno che disse queste parole. E conservo ancora biglietto da visita. Così. Souvenir di questo grande Paese in cui ti si chiede sempre solo di pagare. Anche per pisciare. E che ama fare spallucce quando stai nella merda.)

Il caso vuole però che io sia maremmano.

Insomma noi siamo gente strana. Ruvidi, scontrosi, ci apriamo a tutti e diamo il cuore, ma il sangue etrusco scorre dentro di noi e siamo anche litigiosi e incazzosi e, insomma, per farla breve, ho preso il mio scudo e la mia lancia, sapendo che mi sarei immolato solo in nome di un ideale, ma chi se ne frega, sono montato su un aereo e sono tornato di nuovo nella nuova terra promessa. Con fatica ho cercato un avvocato scegliendone una cattiva quanto me, ho studiato meglio usi e consuetudini e pure la common law e alla fine mi sono ritrovato di fronte ad un giudice a lottare per il diritto che aveva la mia bambina ad avere il padre nella sua vita.

E là è cominciato il processo.

Se qualcuno mai si stesse chiedendo se i processi americani veri, sono come quelli che si vedono in televisione con i tavolini degli avvocati ai lati dello scranno del giudice con l’accusa in genere a destra e la parte che si difende a sinistra. Se c’è una campanellina che suona quando entra il giudice e occorre alzarci quando l’uomo con la toga mette il culone sulla sedia. Se i testimoni giurano sulla Bibbia su una seggiolina alla sinistra del giudice come in Law & Order o Perry Mason. Ecco la risposta a tutte queste domande è si. E’ esattamente così. Il che vuol dire che l’ometto di cui si parlava ad inizio post può andare nel suo bar a rivendere questa verità apodittica. Anzi, gli regalo pure una chicca. Nei processi veri gli avvocati non possono avvicinarsi ai testimoni senza prima aver chiesto il permesso al giudice: “May I approach the witness, Your Honor?”. In caso contrario è oltraggio alla corte.

In ogni caso non è mia intenzione in questo contesto entrare nel merito del processo tout court. Vorrei invece mettere in evidenza alcune cose che, agli occhi di un europeo cinico e cazzaro come me,  sembrano degne di nota.

Innanzi tutto il rapporto con il proprio avvocato.

Qua da noi, dai su, si sa come vanno le cose. Siamo gente che si mette a discutere con i vigili quando ci fermano figuriamoci con gli avvocati. Trattiamo gli avvocati come pescivendoli. Anche perchè spesso lo sono. Quanto vuoi per la mia pratica di separazione? Duemila euro? ma che stiamo a scherzà? Te ne dò mille e ringraziami. No, no, no. Un ci provà a fà lo stronzo eh? Mille e non più di mille.  Insomma paghiamo i nostri avvocati un tanto al chilo. Là no. Là, se solo ci provate, vi ritrovate fuori a calci in culo dai loro studi in meno di un minuto e mezzo. In America gli avvocati si pagano a tempo. E per capire se un avvocato è bravo basta guardare la tariffa che ti applica. Gli avvocati di O.J.Simpson costavano decine di migliaia di dollari l’ora. La mia, che era brava, credetemi, molto brava, duecento dollari l’ora. Gli scannacani, i neo laureati che nessun grande studio vuole prendere con se, quelli che vincono una causa su cinquecentocinquanta milioni e vivono facendo l’avvocato di ufficio, sotto i cento. Ora uno dice, “Beh, duecento dollari non è male dai”. Sto cazzo, avrebbe detto il mi’ povero babbino. Gli avvocati americani ti “billano” (da Bill, “fattura”) per ogni micro attività che fanno per te. Tu gli mandi una mail dall’Italia e loro ci mettono cinque minuti a leggerla e altri tre a risponderti che lo hanno fatto? Beh, ti “billano” otto minuti. Inutile dire che nel caso di cose complesse di diritto internazionale come nel mio caso, mi hanno “billato” ore e ore, senza che io potessi dir niente. Quindi regola numero uno, corollario a tutto questo: mai pensare che un avvocato sia un tuo amico, pronto ad ascoltare le tue paturnie. Perchè, lui ascolta pure i tuoi lamenti greci ma poi, inesorabile, ti billa l’inverosimile. Qua da noi la musica è diversa. Vai dall’avvocato e finisci che ci parli di topa o della Juve merda. Là se lo fai, paghi.

Un’altra cosa che un europeo proprio non riesce a far sua è la capacità degli americani ad avere predisposizione per cose che sono clamorosamente inutili. Laggiù, ad esempio, il divorzio non è come qua da noi dove, grazie alla Chiesa cattolica, devi pensarci sopra per anni e poi dopo, forse, si può prendere pure in considerazione l’idea. No. Là, che sono avanti, il divorzio lo puoi ottenere in un paio di settimane. Tuttavia sei obbligato a seguire dei corsi serali micidiali full immersion di tre giorni che non servono a una mazza in cui parli con psicologi e mediatori e avvocati che alla fine rilasciano un “certificate” che sancisce che tu puoi davvero divorziare. Quando ci sono finito dentro mi sembrava di essere entrato direttamente all’interno di uno di quei film per adolescenti. Che so, American pie, o Porky’s. I corsi infatti sono mica individuali. Un centinaio di persone accalcate dentro queste mega aule che si fanno i cazzi propri mentre l’idiota di turno sta parlando della rava e della fava dalla cattedra giù in fondo. Proprio come si vede nei film c’è chi ascolta la radio con le cuffiette o gioca a basket o con gli amici. In quei tre giorni credo di essere stato l’unico a seguire le argomentazioni che i vari docenti trattavano. Più per curiosità personale che reale interesse. E, giuro che non scherzo, la cosa più importante che queste testine d’uovo hanno detto è stata: “Cari signori, voi non lo sapete. Siete tristi e pensate che la vostra vita è finita perchè è finito il vostro matrimonio (non ho ben capito come l’hanno arguito), sappiate però che il 82,2 percento di voi, tra un anno sarà di nuovo sposato. Quindi su con la vita.”

Poichè sono stato accusato di scrivere cose troppo lunghe e noiose la finisco qua

Ah, se qualcuno fosse interessato a sapere com’è finita la storiaccia  che mi riguarda dico solo che non è ancora finita.

Certe cose non finiscono mai.

Là come qua.

Mai.